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Xi Jinping rompe la tradizione: nessun candidato per il prossimo mandato presidenziale

27/10/2017

Xi Jinping come Mao e Deng: core leader del Partito

 

Le luci nella grande Sala del Popolo si spengono e drappi e vessilli rossi cominciano ad essere ammainati ovunque a Pechino. Il 19° Plenum del PCC si è ufficialmente concluso con la rassegna stampa congiunta del nuovo Politburo cinese, i “magnifici sette” che de facto guideranno il gigante asiatico per altri cinque anni. Nessuna sorpresa nei toto nomi delle nomine, non più un’economia spregiudicata, ma attenzione allo sviluppo tecnologico e alla salvaguardia ambientale. Xi Jinping, come Mao e Deng prima di lui, è entrato nella costituzione del Partito. Niente di strano a giudicare da chi sta osservando negli ultimi anni la Cina da vicino. Il “nuovo Mao”, come chiamato dai media occidentali, sta riformando e rivoluzionando il Paese cambiando radicalmente l’immagine e la spina dorsale della leadership del Dragone. Tuttavia ancora una volta il Presidente cinese ha fatto parlare di sé per le sue parole calme, ma dirette e ferme. Generalmente i Plenum del Partito sono ampollosi discorsi di circostanza dove già da mesi prima si è a conoscenza di ciò che accadrà. Questa  volta non è stato così. Xi, forse per la prima volta da quando è salito al potere, ha giocato a carte scoperte parlando francamente sulla sua idea di Stato e sul come guidare lo Stato. L’uomo forte del Dragone ha spiazzato tutti rompendo con due tradizioni che duravano ormai da 25 anni: non eleggere un “delfino” come futuro presidente e non riconfermare tre dei membri del Politburo, nonostante non avessero raggiunto i limiti di età per esercitare funzioni pubbliche.

Sin dagli anni 90 all’interno del Partito vige la regola non scritta per la quale raggiunti i 68 anni è possibile fare un passo indietro. Non ha destato quindi grande clamore l’uscita di scena di Wang Qishan, braccio destro di Xi Jinping e capo alla potente commissione anticorruzione che di fatto ha spazzato gran parte dei rivali di Xi. Al suo posto un altro fedele del Presidente, ma sono in molti a pensare che il peso di Wang Qishan sarà ancora maggioritario. Se quindi il passo indietro del “censore” del Partito era in linea con il passato, il non eleggere un successore di Xi Jinping è sicuramente una significativa rottura con la tradizione. Generalmente i Presidenti hanno un mandato decennale. Finiti i primi cinque anni prendono sotto la propria ala un “delfino” che alla fine del mandato sarà di fatto il futuro leader della Cina. Hu Jintao lo fece con Xi Jinping e così via a ritroso fino a Deng Xiaoping. Il processo di “investitura” è entrare a far parte del Politburo, l’organo che controlla e guida il Paese. Tuttavia, nonostante il turn over nei posti di comando, i fedelissimi di Xi ed i papabili alla futura presidenza,  Hu Chunchua e Chen Miner, rispettivamente Capo del Partito di Canton e Chongqing,  non hanno ricevuto alcuna promozione, e fanno ancora parte del Politburo a 25 membri.

Che sia un segnale che Xi Jinping resterà anche dopo dieci anni al timone del Paese? Gli analisti sono divisi tra chi sostiene che questo sia un chiaro segnale di come il Presidente voglia continuare ad esercitare il potere e tra chi afferma che il mancato annuncio di un protege è perché nessuno sembra avere le caratteristiche e le idoneità necessarie.  Un dato certo è che questo Plenum ha segnato il totale smantellamento della cosiddetta “cricca di Shanghai” ancora legata al vecchio Presidente Jiang Zemin a favore del “gruppo dello Zhejiang”. Nei principali ruoli chiave sono stati infatti promossi personaggi che hanno gravitato intorno a Xi Jinping quando egli era Segretario del Partito di quella provincia. Uomini che il Presidente conosce bene e dei quali si fida ciecamente. Non pochi interrogativi ha quindi suscitato il pensionamento anticipato di tre membri del Politburo:  il Vice Presidente Li Yuanchao, Liu Qibao capo della propaganda e Zhang Chunxian, ex Segretario del Partito del Xinjiang.

 

“Non troppo vecchi, ma neanche troppo popolari”

 

Queste le voci di corridoio nei palazzi del potere. In realtà la decisione ha colto tutti di sorpresa perché non sono state date spiegazioni ufficiali.  Questa rivoluzione si è fatta sentire anche nei vertici militari. Xi Jinping sin dal 2013 ha iniziato una massiccia opera di riforma delle forze armate chiedendo un esercito moderno ed efficiente, andando a toccare anche i tanti privilegi dell’Esercito di Liberazione. In quest’ottica è da spiegarsi la promozione a Vice Comandante delle Forze Armate del generale dell’aeronautica Xu Qiliang, uomo di estrema lealtà che Xi conosce sin dai primi incarichi nel Fujian. Questa è anche la prima volta cui l’aeronautica arriva ad uno degli scranni più alti delle forze armate, ennesimo segnale che l’inquilino di Zhongnanhai pretende una radicale trasformazione delle forze di difesa del Dragone. “Non ci dovete lodare, ma semplicemente riportare la realtà dei fatti”. Questo quanto detto da Xi Jinping durante la dichiarazione stampa al termine del Plenum. Il 19° Congresso del PCC ha sancito definitivamente Xi come “core leader” del Partito iscrivendo il suo pensiero nella Costituzione. E se i legami con il Premier Li Keqiang sono deteriorati quasi del tutto, il lavoro di quest’ultimo così come la sua autonomia decisionale, sarà ancora più ristretta e limitata dai fedelissimi di Xi Jinping inseriti all’interno del Consiglio di Stato. Gli analisti parlano di “secolo cinese” per descrivere la preponderante crescita economica della Cina, che sia appena iniziato il “secolo di Xi”?

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