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AI e forza lavoro: perché dobbiamo puntare alla Cina

31/01/2018

 

L’Occidente guarda ora al Dragone e lo copia, anche in fatto di robotica?

 

Ancora oggi quando parliamo di Cina subito pensiamo alla “fabbrica del mondo”. Ma la Lunga Marcia del Paese di Mezzo verso l’high-tech non si ferma. La Repubblica Popolare sarà il primo paese al mondo a dover fare – seriamente – i conti con le innovazioni tecnologiche che sostituiscono la forza lavoro umana.

Molti sono i motivi per cui oggi gli occhi del mondo sono puntati sul gigante asiatico, alcuni macroscopici: i numeri, le potenzialità del mercato, gli iperbolici record del Singles Day. Alcuni invece sono decisamente meno evidenti; come l’innovazione tecnologica, qualitativa e produttiva, che oggi detta standard al mercato globale, compreso quello dei paesi occidentali. Amazon, Apple e Facebook sembrano imitare le mosse dei big del tech cinese

Un esempio su tutti. Qualche giorno fa il mondo ha accolto la roboante notizia del primo negozio senza dipendenti di Amazon – Amazon Go aperto a fine gennaio a Seattle. Solo telecamere, controllo tramite riconoscimento facciale, e check-in iniziale tramite un QR code collegato all’app di Amazon. Tutto molto interessante, peccato che la stragrande maggioranza della stampa – internazionale e non – abbia omesso un fattore poco trascurabile: la stessa modalità di negozio, con la stessa tecnologia, era stata lanciata ad Hangzhou l’estate scorsa da Alibaba con il suo Tao Cafe,  il primo supermercato completamente senza personale con sistemi di riconoscimento e pagamento “smart”.  

Quando viene lanciato un servizio innovativo legato a digital, e-commerce e logistica, è probabile che la cosa sia stata sperimentata molto prima da uno dei giganti del tech cinese.  Diversi modelli di business di Amazon sono legati a doppio filo con trend e-commerce presenti da 4 o 5 anni in Cina.

Alla stregua di quello che succede tra Facebook e Tencent. Non solo il colosso di Shenzhen ha superato Facebook come valore di mercato, ma i prodotti dell’azienda di Menlo Park da qualche anno attingono a piene mani da modelli di successo sperimentati in precedenza sul miliardo di utenti di WeChat.

Anche Apple sembra guardare in Oriente. La nuova funzione “business chat” collegherà direttamente, per una migliore e diretta comunicazione, azienda e cliente. Tutto in funzione di un servizio assistenza impeccabile. Rivoluzione? No di certo. In Cina questa opzione è già in uso da qualche anno. Banche, negozi e persino piccoli esercenti hanno la loro “pagina business” sul proprio account WeChat, per comunicare direttamente con la loro clientela.

 

La Cina 4.0 investe ed apre la strada all’alta tecnologia

 

Anche le grandi rivoluzioni legate alle tecnologie produttive, oggi, raggiungono la sponda asiatica del Pacifico prima di raggiungere l’America e il blocco occidentale. La robotica è tra queste.

E non c’è da stupirsi. La Repubblica Popolare è il principale mercato del lavoro al mondo, con una “labor force” che supera i 750 milioni di persone. Sette volte quella americana, e decine di volte superiore a quelle dei grandi paesi europei. Ed è il mercato al mondo con il più alto potenziale di crescita per robotica e intelligenza artificiale.

Uno dei piani più importanti del governo cinese è “中国制造2025” (Made in China 2025), iniziativa che punta a rinnovare e rafforzare l’industria cinese sul modello 4.0 portato avanti dalla Germania, con forte enfasi su l’automatizzazione e sulla creazione di valore per i prodotti cinesi.

Per capire il potenziale in gioco partiamo da un freddo dato statistico: la densità robotica, ossia il numero di robot impiegati nell’industria ogni 10,000 lavoratori (umani). Stando al World Robotics Report di IFR, questo valore oscilla tra il 100 ed il 300 nei paesi occidentali, dai 300 della Germania ai 120 dell’Olanda, passando per il 160 dell’Italia ed il 176 degli USA.

Se ci spostiamo in Asia, i numeri aumentano esponenzialmente: il Giappone supera i 300, Singapore sfiora i 400 e la Corea del Sud svetta su tutti, con 531 robot ogni 10mila lavoratori. La Cina si ferma a 49, dieci volte meno dei vicini di casa coreani: il programma del governo punta a colmare questo divario, investendo già da oggi su tecnologia AI e robotica per aumentare almeno del 70% entro il 2025.

E considerando la progressione con la quale il paese si è mosso sul fronte dell’innovazione logistica – dai negozi senza dipendenti di Alibaba ai droni della piattaforma e-commerce JD – possiamo stare sicuri che questo numero crescerà molto rapidamente: le aziende e i distretti industriali seguiranno con solerzia le direttive di Pechino, mettendo senza dubbio intere categorie demografiche e professionali di fronte al serio rischio di non essere più collocabili nel mercato del lavoro.

Ovviamente non tutto il paese si muoverà alla stessa velocità, vista la profonda eterogeneità geografica e strutturale. Alcune aree produttive sono storicamente più veloci e predisposte di altre: il polo tecnologico del Guangdong pare voglia arrivare all’80% di automatizzazione entro il 2020, mentre se parliamo di artigianato o agricoltura i tempi saranno senza dubbio più lunghi, specie allontanandosi dalle coste.

Per non parlare del processo di delocalizzazione che a sua volta la Cina sta vivendo, nei confronti dei paesi del sud-est asiatico. Solo a Dongxing, città di confine con il Vietnam, ci sono oltre 10mila lavoratori cross-border, che risiedono nel paese natale ma lavorano in Cina.

 

Sarà la Cina il primo paese che dovrà fare i conti con l’impatto dell’industria 4.0, e la relativa perdita di posti di lavoro?

 

Considerando la velocità con cui la Cina colmerà il gap di robotizzazione nelle imprese, la risposta è – probabilmente – sì. Non è un quesito legato alla pura curiosità, e non è nemmeno un dibattito per i soli appassionati di tematiche sociali. Questo è uno scenario sul quale tenere gli occhi puntati per capire come la robotica e la “spersonalizzazione” del lavoro cambieranno la società e l’economia, realisticamente prima in Cina che in altri paesi industrializzati.

Ed è un fattore da tenere in considerazione quando si guarda al paese in generale come mercato dove investire: sia come paese di produzione che come paese di sbocco commerciale. Perché oggi non possiamo più considerare il paese del Dragone solo una delle due cose.

 

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