fbpx

China, will you make our planet great again?

23/01/2018

L’incertezza americana apre scenari inaspettati ed intanto Pechino osserva e studia le prossime mosse

 

Se il 2017 si era concluso con la miccia nordcoreana accesa ai confini cinesi, il nuovo anno ha dato non poche preoccupazioni a The Donald. Il numero uno dello Studio Ovale, dopo la pubblicazione del best seller Fire & Fury, scritto anche grazie alle rivelazioni dell’ex stratega Steve Bannon, deve affrontare nell’ordine: un netto calo della popolarità; dossier interni circa i – presunti – legami con Mosca;  lo shutdown che ha paralizzato per quasi 48 ore l’intero Paese, salvo la firma ieri in serata dei democratici per una “legge salvagente”.

Sotto la bandiera dell’ “America First”, gli States sembrano arretrare in ogni campo. Dall’economia all’ambiente, dal Palazzo di Vetro fino alla politica estera, non sempre sembra chiaro in quale direzione la prima economia del mondo voglia andare. Le incertezze americane aprono scenari inaspettati ed intanto Pechino osserva e studia le prossime mosse. Sicuramente questo è il momento propizio per mettere avanti le mani e mostrare i muscoli.

 

Prima MoneyGram e poi Huawei: è in atto una guerra commerciale?

 

Da quando Trump si è insediato nello Studio Ovale, i rapporti tra il Dragone e lo zio Sam hanno certamente subito un deterioramento, seppur lieve. Retorica a parte, il terreno di maggior frizione è quello degli scambi. Entrambe le parti negano le domande insistenti circa la presenza, almeno velata, di una sorta di guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, ma le ultime azioni degli States, fanno presumere il contrario.  

Qualche settimana fa il governo statunitense ha respinto l’acquisizione di MoneyGram International Inc da parte di Ant Financial, per problemi di sicurezza nazionale. Così ha dichiarato l’azienda americana. Il siluramento di un’operazione da 1,2 miliardi di dollari, ha rappresentato un duro colpo per Jack Ma, presidente esecutivo del colosso Alibaba, nonché proprietario di Ant Financial.

Dopo l’affaire Moneygram, è toccato a Huawei. In seguito al fallimento con At&t per vendere negli Usa i suoi smartphone tramite il carrier, il Congresso degli Stati Uniti intende vietare per legge le forniture di tecnologie Made in China in qualunque ente del governo. Secondo il parlamentare Repubblicano Mike Conaway, che ha disegnato il progetto di legge, le tecnologie commerciali cinesi sono un “mezzo con cui il governo di Pechino spia le agenzie federali degli Stati Uniti, creando una grave minaccia per la sicurezza nazionale”. Accuse che Pechino, tramite i maggiori quotidiani governativi, rispedisce al mittente.

 

Ciò cui assistiamo oggi, di certo, non è cosa nuova

 

Negli anni 80 Reagan sollevò una vera guerra commerciale contro il boom dei prodotti elettronici giapponesi. I contraccolpi furono tali che Tokyo dovette cedere alle angherie di Washington. Ma il quadro attuale è totalmente diverso sia per gli attori, che per i tempi. In un’economia digitalizzata e globalizzata come quella di oggi, pensare con logiche di trenta anni fa è anacronistico.

Da sottolineare inoltre come ad essere i più vulnerabili dinanzi ad una siffatta sfida tra giganti, sono proprio i brand americani. Apple, Nike e Walmart sono solo alcuni dei grandi nomi esposti. Delle schermaglie commerciali porterebbero ad innalzamento di prezzi o dazi doganali con seri contraccolpi sui profitti, azioni e lavoratori. Se la Cina è un mercato importante per gli USA, il Dragone può riversare la sua mole produttiva verso altri bacini.

Non per ultimo Pechino è ancora il maggiore creditore della Casa Bianca. In un esplicito servizio redatto dalla CNN, l’emittente americana sottolinea come la Banca Centrale Cinese tenga quasi 2 trilioni di dollari americani in bond statunitensi.

Ed è sulla situazione economica statunitense che l’agenzia Xinhua ha pubblicato un forte editoriale descrivendo lo shutdown americano come “emblema della crisi del sistema occidentale”. Una retorica forte, ma con un solo obiettivo nel mirino: gli States.  L’editoriale infatti si riferisce all’ennesimo grattacapo di Trump come un vero “schiaffo” nei confronti dell’attuale leadership americana. Andando ancora all’attacco l’agenzia Xinhua scrive come con The Donald siano stati stracciati alcuni degli accordi presi, andando poi a sottolineare la stabilità del sistema cinese.

 

Con Ma Zhaoxu, Pechino comincia a giocare duro anche al Palazzo di Vetro

 

La presupposta debolezza americana ed il caos politico interno, non fanno però vacillare Pechino che, al contrario continua imperterrita a voler mostrare i muscoli. Se nel Mar Cinese ed Oceano Indiano continua a velocità spedita la costruzione delle basi militari “a protezione della Nuova Via della Seta Marittima”, Zhongnanhai comincia a giocare duro anche nel Palazzo di Vetro.

E’ di recente notizia la nomina del 54enne Ma Zhaoxu a rappresentante della Repubblica Popolare presso il Palazzo di Vetro dell’Onu. Una scelta che ha sorpreso non poco gli analisti politici. Ma è stato in precedenza titolare dell’ importante Ambasciata in Australia, un paese fondamentale per la Cina in termini di volume commerciale. Uomo capace, piuttosto giovane per il ruolo, è anche noto per la sua rigidità, capacità di eloquenza e schiettezza. Un degno avversario della “pasionaria” Nikki Haley.

L’elezione di Ma rientra nel quadro più generico designato dal 人民日报 – Quotidiano del Popolo – di sfruttare il ritiro geopolitico americano. La Cina dovrebbe cogliere questa “opportunità storica di un ordine internazionale in rapida evoluzione per crescere come potenza mondiale” e riempire, idealmente, il vuoto di leadership creato dalla politica isolazionista di Donald Trump e dal suo dogma “America First”. Un’idea che nasce probabilmente direttamente dai corridoi di Zhongnanhai.

Molti esperti hanno precisato che, a differenza dei suoi predecessori, che avevano opinioni contrastanti sui crescenti rischi e incertezze su quel mondo liberale guidato dagli Stati Uniti, Xi Jinping sembra vedere questo scenario come un’apertura e grande opportunità per la Cina di sedere nuovamente al tavolo dei grandi protagonisti internazionali.

Pang Zhongying, analista di relazioni internazionali di base a Pechino, sostiene che “chiunque occuperà i ruoli diplomatici chiave, sarà protagonista delle ambizioni globali del presidente”. Come sottolineato da Pang,  “una retorica così carica di gergo indica che Xi vuole distinguersi dai precedenti leader, inaugurando così un nuovo capitolo della storia della Cina cercando attivamente una maggiore influenza nel plasmare il panorama geopolitico internazionale”. In questo contesto, il seggio delle Nazioni Unite sarà più che decisivo nelle aspirazioni globali cinesi, specialmente quando c’è una forte richiesta, come oggi, affinché la Repubblica Popolare svolga un ruolo di leadership responsabile negli affari globali.

 

La Cina punta sull’ambiente come riscatto internazionale, ed ha successo

 

Anche sul clima il Dragone, paradossalmente, si sta ergendo a faro della lotta al riscaldamento climatico e paladino delle energie rinnovabili. Un terreno sul quale la leadership cinese tende a battere duro e con fermezza. Nonostante esistano ancora oggi forti contraddizioni in materia, la comunità internazionale riconosce gli immensi sforzi portati avanti dalla Cina, pensiamo alla rivoluzione cinese nei trasporti urbani. E la situazione sta oggettivamente migliorando dove la firma dell’accordo di Parigi rappresenta un grande inizio.

Attraverso forti sanzioni che hanno portato, in molti casi, alla chiusura di impianti inquinanti, e maggiori controlli, la qualità dell’aria cinese sta, pur lentamente, migliorando. Tanti gli investimenti che il governo centrale sta facendo per cambiare, ottimizzare e modernizzare il sistema di approvvigionamento energetico del paese. I benefici sono molteplici, sia per la popolazione, che per l’economia. Le rinnovabili sono diventate un vero business in Cina ed un terreno dove tecnici cinesi cercano il know-how straniero. Quindi anche possibilità ed opportunità di investimento per partner stranieri.

Davanti al ritiro americano dinanzi alle responsabilità nei confronti delle prossime generazioni, Pechino e lo stesso Xi Jinping ne hanno fatto una questione “di faccia”, di onore. Il Presidente è consapevole che il cittadino cinese è ormai cosciente dell’importanza della qualità dell’aria. Ricerca e pretende che chiunque metta in pericolo la salute del prossimo, sarà punito. Ed in più discorsi pubblici Xi ha mantenuto la promessa. Non solo. E’ andato oltre, vedendo e posizionano la Cina come faro per chiunque voglia investire in un futuro pulito, senza gli eccessi dell’inquinamento. Un paradosso tutto cinese per un paese che fino a qualche anno fa vedeva nello sviluppo, l’indefesso obiettivo da raggiungere.  

Potrà mai la Cina scardinare via totalmente gli States dalla loro leadership? Difficile a dirlo. In occidente sicuramente quasi impossibile. Troppo vasto il gap culturale, per non parlare in termini di softpower. Gli Stati Uniti sono figli del Vecchio Continente. Un cittadino delle grandi pianure americane, avrà più cose in comune con un cittadino francese, che non chi vive a Shanghai o Pechino. La partita si gioca quindi sui paesi emergenti e su ciò che una volta faceva parte del cosiddetto “blocco non allineato”. Vale a dire quelle nazioni che non hanno mai visto di buon occhio ne l’ingombrante ingerenza americana, ne tantomeno quella sovietica. Che Confucio sia la risposta? Forse, sicuramente un’alternativa cui molti puntano e sperano. I progetti OBOR o della Nuova Via della Seta Marittima sono tutte iniziative che mirano a questo traguardo. Per adesso Xi Jinping assiste come spettatore alle incertezze americane. Tuttavia la vera domanda è se Washington sarà veramente ferma a guardare, ma per ora non sembra voler agire.

 

 

Tags:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *