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Cocciante riscrive la Turandot in cinese: “Non avrà niente a che fare con Puccini”.

13/08/2019

 

La storia, completamente riscritta, rappresenterà un tramite tra occidente e oriente

 

 

Una Turandot tutta cinese: completamente riscritta, dalla produzione interamente cinese, inclusi gli interpreti e la lingua. Si tratta di un progetto di Riccardo Cocciante, che porterà a Pechino un classico della lirica a maggio 2020.

Cocciante non si lascia sfuggire l’occasione di tornare a teatro dopo il successo di produzioni come Giulietta e Romeo e Notre Dame De Paris. Stavolta tocca alla storia di una principessa cinese resa celebre dall’opera del compositore Giacomo Puccini.

 

Ma “sarà una rilettura alla mia maniera della fiaba, che continua il mio discorso musicale. E non avrà niente a che fare con quella di Puccini”, specifica l’affermato interprete di musica italiana.

 

Cocciante ha annunciato il progetto sulla Turandot durante la presentazione della nuova tournée del musical che da anni è uno degli spettacoli più visti a teatro, Notre Dame De Paris. “Sarà una fusione tra passato e presente, tra Oriente e Occidente. Con l’attenzione all’incrocio di culture diverse”, racconta l’artista a La Stampa.

Per questo lavoro il cantautore naturalizzato francese rinnova il sodalizio con Pasquale Panella, che lo aveva già affiancato nella rielaborazione dei testi di Shakespeare e di Victor Hugo.

 

Nella squadra di Turandot anche il coreografo e regista belga Micha Van Hoecke e la costumista Gabriella Pescucci, dal lungo curriculum nel mondo dell’opera lirica e un premio Oscar per L’Età dell’Innocenza.

 

Intanto sono già iniziate le audizioni per i ruoli della schiava Liù, il re tartaro Timur e il nobile Calaf, figure nell’opera incompiuta di Puccini che fu terminata da un suo allievo, Franco Alfano, e and in scena per la prima volta a La Scala di Milano il 25 aprile 1926.

La storia scritta da Puccini racconta la vicenda di Turandot, una bellissima principessa cinese dal cuore di ghiaccio, che condanna a morte tutti i pretendenti che non riescono a risolvere i suoi tre indovinelli. Nel finale si lascia persuadere dalle lusinghe d’amoree ci ripensa.

Si tratta, però, di qualcosa di diverso. Cocciante specifica che la sua storia “non c’entra niente Puccini”.  Bisognerà probabilmente guardare più indietro, all’origine della storia nata da una novella persiana, una narrazione che sembra avere un significato interculturale, che viaggia da Oriente a Occidente.

 

Carlo Gozzi nel Settecento ne trasse una fiaba teatrale, riadattata poi dal poeta romantico Friedrich Schiller, che ha costituito poi la base del soggetto dell’opera di Puccini.

 

L’ispirazione per la musica invece arrivò direttamente proprio dalla Cina, tramite un carillon. Il musicologo Julian Budden scrive che Puccini, mentre si trovava alle terme di Bagni di Lucca, incontrò il barone Fassini, amico e console in Cina dell’epoca, che aveva un carillon che riproduceva melodie di quella terra lontana.

Puccini, grande amante dell’oriente e dell’esotico, li utilizzò nella partitura dell’opera, che però non riuscì mai a terminare: morì nel 1924 e fu Alfano a completarla. “Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il maestro è morto”.

Alla prima dell’opera il direttore d’orchestra Arturo Toscanini si interruppe a metà del terzo atto. Alfano dovette attendere la sera successiva per vedere l’opera completa, con il finale che lui aveva scritto.

 

 

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