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E-commerce o protezionismo? Cina e USA la pensano diversamente

01/02/2018

 

Il Dragone diventa alfiere del libero commercio mentre lo Zio Sam si chiude

 

America first“, gli Stati Uniti prima di tutto, è il noto motto della campagna elettorale di Donald Trump, simbolo della chiusura degli States, e della linea che l’amministrazione attuale sta seguendo. Possiamo parlare di una guerra commerciale, che mette a rischio gli sviluppi e gli equilibri dell’economia internazionale ultimamente, e che tra Cina e Stati Uniti si traduce in dazi, tariffe che non fanno che alzare barriere nel commercio.

Si tratta di un crescente paradossale divario tra il protezionismo in Occidente e un maggiore sostegno della Cina per il commercio internazionale. La politica commerciale firmata dal Presidente degli Stati Uniti consente alle aziende statunitensi di applicare tariffe alle società straniere che le hanno “ferite” economicamente, in una sorta di “punizione”.

In questo quadro, la Cina favorisce la globalizzazione, con il suo presidente Xi Jinping che procede nelle riforme strutturali, aprendo i mercati e rivoluzionando i commerci. La Cina ha “tenuto duro contro ogni forma di protezionismo”, stando a quanto dichiarato da Liu He, consigliere economico di Xi Jinping.

Un concetto ribadito anche sul palco di Davos per il World Economic Forum.E lo stesso Liu ha potuto permettersi di dichiarare di stare portando avanti la globalizzazione economica “con azioni concrete”. Trump ha cercato di difendersi dalle accuse, giustificandosi con “l’America per prima non significa solo l’America”.

 

Jack Ma: “il futuro non è il protezionismo, ma l’e-commerce”

 

“Se si guarda la quota della forza lavoro negli Stati Uniti nel settore manifatturiero, è stata una tendenza al ribasso abbastanza costante a partire da metà anni ’60. Puoi fissare quel grafico e non vedi nemmeno una minima variazione del trend a metà degli anni ’90, quando il NAFTA o l’ultimo giro di negoziati sul commercio globale sono arrivati online.” Così spiegava l’economista americano Phil Levy, sottolineando che la politica non ha alcuna possibilità di riportare la produzione negli Stati Uniti, una promessa che il presidente Trump vorrebbe invece offrire.

Al di là dei cambiamenti nella politica internazionale, la linea dell’America First potrebbe influenzare gli scambi commerciali ed il settore del cross-border e-commerce, che devono sostenere una tariffa del 45% sulle merci che partono da paesi specifici. Ma niente è ancora stato deciso e tale percentuale rimane ancora un’ipotesi tra le stanze della Casa Bianca.

Perchè The Donald non deve temere una partnership con il Dragone? Tra le possibilità più importanti per chi vende merci in Cina, ci sarebbe l’opportunità di collaborare con i giganti dell’e-commerce Alibaba o JD.com, che renderebbe più facili gli affari per le PMI degli Stati Uniti.

Lo stesso Jack Ma ha più volte ribadito come il “futuro è l’e-commerce, non il protezionismo”. I rivenditori di e-commerce discutono della possibilità, divisi tra contrari e sostenitori, perché la tariffa aumenterebbe chiaramente i costi per i consumatori, tanto online che nei negozi fisici.

Il rialzo dei prezzi potrebbe essere più elevato e spingere anche i consumatori che ancora non sono passati allo shopping online, ad approdare ad internet. Altri ipotizzano che saranno colpiti in particolare gli imprenditori coinvolti nella vendita di prodotti non americani su Amazon e eBay, perché si teme che le mosse economiche di Trump includano l’eliminazione dei sussidi sulle spedizioni da Hong Kong e Cina che attualmente consentono lo sviluppo e il mantenimento del mercato dell’e-commerce transfrontaliero e delle vendite B2C.

Ad inizio gennaio Jack Ma e Trump si erano incontrati per discutere di portare un milione di posti di lavoro negli Stati Uniti. Non è stato mai chiaro in che termini sarebbe potuto accadere, ma Trump dopo l’incontro aveva affermato “Jack e io faremo grandi cose insieme”.  Adesso riecheggiano come una minaccia le parole di Trump, che sostiene di dover esaminare il paradiso fiscale dei giganti dell’e-commerce, per quanto qualsiasi aumento delle tasse sarebbe compensato dalla riduzione dell’aliquota fiscale dal 35% al 15%. Amazon potrebbe perfino far pressione per pagare tasse aggiuntive agli e-commerce.

In un post pubblicato dallo studio legale dell’Arizona Kelly-Warner sul potenziale impatto di Trump sull’e-commerce, si scrive: “Nel breve termine, lo scenario peggiore è una tariffa del 45% su beni specifici di paesi specifici”, ma “a un certo punto, probabilmente prevarrà la moderazione, perché né l’esecutivo né i corpi legislativi vogliono essere responsabili di lanciare il paese in una grave recessione a causa di un imprevisto aumento delle tariffe rapidamente applicato”.

 

Xi Jinping punta alle riforme e all’ambiente per un riscatto nazionale

 

Difficile credere che questi limiti vengano applicati dagli Stati Uniti così come annunciati dallo stesso commander in chief, i rischi sono eccessivi per la sua economia prima che per quella internazionale. Ma i limiti sono un dato di fatto quando al gigante dell’e-commerce Alibaba viene  impedito di partecipare al Congresso Americano e all’Asia si decide di imporre dazi del 30% su alcuni beni. In particolare sono stati presi di mira i pannelli solari e gli elettrodomestici come lavatrici provenienti dall’Asia, ovvero esattamente dalla Cina e dalla Corea del Sud.

Sotto la bandiera dell’ “America First, gli States sembrano arretrare in ogni campo. Dall’economia all’ambiente, dal Palazzo di Vetro fino alla politica estera, non sempre sembra chiaro in quale direzione la prima economia del mondo voglia andare. Le incertezze americane aprono scenari inaspettati ed intanto Pechino osserva e studia le prossime mosse. Sicuramente Zhongnanhai non rimarrà ferma a guardare ed intanto si prende il plauso della comunità internazionale nel sostegno al libero commercio.

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