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“Google China” ritorna a funzionare, sarà la volta giusta?

21/12/2017

Inaugurato un nuovo laboratorio di ricerca nel distretto di Haidian a Pechino

 

Camminando verso la periferia nord di Pechino, nel moderno distretto di Haidian, ci si imbatte in ciò che gli abitanti della capitale chiamano “la Silicon Valley” del nord. In schiera nei loro sontuosi ed alti grattacieli si trovano i quartieri generali delle principali aziende di alta tecnologia nate nella capitale. Lenovo, Baidu e molti altri hanno qui i loro uffici. Tra questi spicca un outsider: Google.

La storia del cammino cinese del motore di ricerca più conosciuto in occidente è travagliata quanto interessante. Nel lontano 2006, il Governo cinese permise a Google di stabilire Google.cn per gli internauti della Repubblica Popolare. In cambio l’azienda americana sottoscrisse degli accordi per essere operativa dentro Muraglia, ma nel 2010 il colosso californiano decise di recidere ogni contratto. In poche ore Google veniva oscurato,  ed il mercato cinese era di conseguenza virtualmente morto.

Tuttavia, nonostante tutte le barriere, Google non ha mai lasciato la Cina. Al contrario, i suoi uffici ad Haidian sono rimasti aperti con centinaia di ingegneri provenienti dai quattro angoli del paese. Il sistema operativo mobile Android è installato su oltre tre quarti degli smartphone della Cina, mentre Google vende quantità significative di pubblicità online a società cinesi che cercano di raggiungere clienti oltre Muraglia. Tuttavia il colosso americano non è mai sembrato soddisfatto ad operare in questa difficile via di mezzo nel Dragone. Negli ultimi anni, sono stati fatti molti sforzi per presentare un’edizione cinese del Play Store, il marketplace delle app dell’azienda. Ma per farlo, Google dovrebbe – o i suoi partner – accettare di censurare alcune app in base alle preferenze del Governo cinese. Finora, a differenza di Apple, il colosso americano non ha mostrato alcuna disponibilità.

 

La strategia di Google è ora ben chiara: rispetto ad un business più “politicamente sensibile”, si cerca adesso un approccio ben più sottile.

 

Incapace di competere alle proprie condizioni in Cina, Google, tramite la sua conglomerata Artificial Inc., sta adottando un approccio diverso, prendendo di mira la crescente comunità di sviluppatori di Intelligenza Artificiale (AI). Come agisce nel concreto? La chiave di volta sono una serie di strumenti open source, conosciuti come Tensor Flow, che consentono una facile implementazione dell’AI. Ad esempio, anziché sviluppare un set personale di strumenti AI, un rivenditore può personalizzare e distribuire gli strumenti di riconoscimento vocale di Tensor Flow per rispondere e instradare le chiamate dei clienti.

Tensor Flow è diventato un successo a livello globale e, da quando è stato introdotto nel 2015, ha raccolto quasi 8 milioni di download. L’adozione in Cina, dove il governo cinese ha fatto del predominio nell’AI una priorità nazionale, è stata altrettanto entusiasta. Gli analisti di Google hanno scoperto, paradossalmente, che tra i primi 5 mila sviluppatori che hanno scaricato questi strumenti, quelli di base a Pechino erano in gran lunga più numerosi rispetto a quelli della Silicon Valley. La reputazione di Google come leader tecnologico certamente ha aiutato. Ma anche così, la campagna del colosso a stelle e strisce per coltivare sviluppatori cinesi non sembra portare frutti concreti. Negli ultimi mesi sono stati organizzati briefing tematici e il nuovo account di Tensor Flow su WeChat, la piattaforma di social media più popolare del paese, fa parte di quegli sforzi di marketing.

 

Eppure, anche dopo quelle iniziali vittorie, è improbabile che Google tragga profitto dai suoi investimenti nell’AI in Cina.

 

Il primo problema è che manca un mezzo immediato per monetizzarli. Gli utenti di Tensor Flow, al di fuori della Repubblica Popolare, potrebbero sottoscrivere i servizi cloud a pagamento di Google per eseguirlo. Ma in Cina, il cloud del motore di ricerca americano è bloccato, costringendo gli utenti di Tensor Flow a trovare server domestici.

Più seriamente, il governo cinese è impegnato pubblicamente a vedere le compagnie nazionali dominare il settore emergente del settore dell’high-tech. In parte, la politica di Pechino vuole arginare quel concetto tipicamente occidentale per il quale i “campioni nostrani” devono ”comprare la Cina”. Dall’altra è anche un’iniziativa che guarda alla sicurezza nazionale ed è finalizzata ad estirpare le società tecnologiche straniere dai settori chiave entro il 2020. La Cina difficilmente tollererà che un gigante tecnologico statunitense domini il suo mercato di intelligenza artificiale, specialmente se, come Google, ha una storia non lieta con l’ambiente politico del Dragone.

In ultima analisi, il ruolo scomodo di Baidu. Il motore di ricerca cinese ha lanciato l’anno scorso una sua versione di Tensor Flow che, nell’estate di quest’anno, ha superato Google. È logico che gli utenti cinesi preferiscono l’opzione locale, se non altro perché non sappiamo per quanto tempo il governo tollererà Tensor Flow.

Nonostante le prospettive commerciali siano torbide, dagli Stati Uniti non manca la fiducia. Perché quindi Google non dovrebbe abbandonare la Cina? Il massiccio sostegno di Pechino per l’intelligenza artificiale renderà sì il paese nel autonomo nel settore dell’alta tecnologia, ma Google, con questo nuovo laboratorio di ricerca, potrà essere quell avanguardia tecnologica cui il governo guarda con interesse. Allo stesso modo, l’enorme flusso di acquisti online nel Dragone, sta creando un insieme di dati senza precedenti: Google potrà accedere a gran parte dei dati che il governo gli consentirà di ottenere.

 

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