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Il Governo cinese apre ai capitali privati: continua la riforma strutturale voluta da Xi Jinping

25/09/2017

Era già stato annunciato dal Presidente Xi Jinping in persona nel 2015, ma ora il piano di ristrutturazione delle aziende di Stato (SOE) del Governo cinese è avviato definitivamente. Il programma in questione prevede l’introduzione della “proprietà mista” per le SOE, che dovrebbe produrre i primi risultati entro il 2020. Siamo di fronte ad una privatizzazione massiccia come nei migliori stati capitalisti? Niente affatto, questo perché Pechino non intende in alcun modo rinunciare al controllo di quelle aziende strategiche, leggasi trasporti, telecomunicazioni ed energia, ma al tempo stesso ha aperto la strada all’innesto, parziale, di capitali privati arrivando anche a fusioni aziendali, nel più ampio tentativo della leadership cinese di rendere efficienti e forti i propri campioni nazionali.

Nel concreto il Governo cercherà di staccare la spina definitivamente, come più volte dichiarato, a quelle “aziende zombie” in costante perdita ed incoraggerà i privati  ad entrare nelle SOE e ad acquistarne azioni e bond. Punto di svolta sarà il lasciare più libertà d’azione agli stessi consigli d’amministrazione delle aziende di Stato che si dovranno avvalere di manager esperti e preparati, proprio per far fronte a quella concorrenza spietata del mercato. Fermo restando che i privati non potranno superare la quota azionaria prevista dalle nuove leggi.  

Xi Jinping lo aveva promesso: riformare strutturalmente la Cina. Come Deng e Zhou Enlai prima di lui con “sinica” pazienza l’inquilino di Zhongnanhai, anche a colpi di rigide campagne anticorruzione, sembra aver convinto l’entourage che lo circonda, persino l’ala più conservatrice e riottosa del partito.Adesso, all’alba del Congresso del PCC di ottobre, Xi Jinping ha messo un altro colpo al suo arco. Ha deciso di far entrare e rendere operativa la sua riforma chiamando ad udienza i player principali della tecnologia cinese. Ci troviamo davanti ad un vero banco di prova della riforma delle aziende di Stato. Quando si parla di telefonia ed internet, ecco venire a galla i nomi di Alibaba, Tencent e Baidu. Il “tridente d’oro” figura infatti tra quei gruppi di investitori strategici che il mese scorso hanno rilevato ben il 35,2% di China Unicom, gestore telefonico a guida statale che utilizzerà i capitali raccolti per finanziare lo sviluppo delle tecnologie 4G e ad incentivare la futura rete 5G. L’adunata voluta da Xi Jinping è in realtà un chiaro messaggio a tutte quelle aziende, prima fra tutti il colosso Wanda, che a causa del loro indebitamento non controllato sono finite sotto i riflettori dell’autorità di vigilanza sul credito e del potente organo di Disciplina guidato Wang Qishan, braccio destro del Presidente stesso nonché uno dei padri del nuovo corso economico cinese. La direttiva è chiara: è possibile destreggiarsi nell’alta finanza anche con le limitazioni e disposizioni imposte dall’alto. Investire in Cina e alla sua innovazione tecnologica il nuovo mantra. Ciò non significa disdegnare l’espansione oltre Muraglia, al contrario, significa focalizzare quelle risorse che potranno sostenere il progetto “One Belt One Road” per il rilancio della rete logistica connettiva tra Oriente ed Occidente. Non più miliardi da investire nel calcio o ad Hollywood, ma oculati finanziamenti che porteranno poi vantaggi concreti al Paese. L’esempio più recente di queste politiche strategiche è la fusione tra 58 Suyun e GoGoVan, due start-up facenti parte delle galassie imprenditoriali di Jack Ma e Pony Ma. Il frutto è stata la nascita di una delle più grandi piattaforme logistiche del continente asiatico, con una valutazione di circa un miliardo di dollari.

Ovviamente la scelta del gotha del web cinese di accettare l’invito, sicuramente, fa capo anche a logiche per non inimicarsi il governo. E le parti in causa, benché non lo dicano espressamente, lo sanno perfettamente. Gli analisti politici, cinesi e non, affermano che il prossimo Congresso rafforzerà ulteriormente Xi. Non dimentichiamoci inoltre che per la prima volta Baidu e WeChat sono state oggetto di un’inchiesta centrale su non meglio precisate violazioni della legge sulla sicurezza informatica. L’accusa sostiene che le piattaforme hanno fatto girare nel web immagini pornografiche e che possano destabilizzare la “società armoniosa” e la sensibilità del pubblico cinese. L’atto formale dell’iscrizione dei due colossi al registro della presunta lista nera, benché sia stato bloccato sul nascere, è un chiaro riferimento che la leadership ha lanciato. Va bene l’apertura al capitale, purché si seguano le regole.

 

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