Il nuovo che avanza? È cinese

28/05/2018

Dopo oltre un secolo la Cina ritorna protagonista sullo scacchiere internazionale. A dirci come stanno le cose è una foto scattata nel 1901 messa a confronto con il tavolo dei colloqui commerciali sino-americani

 

Una foto scattata durante i recenti colloqui commerciali tra gli Stati Uniti e la Cina è andata virale sui social media del Dragone. I netizen del Paese di Mezzo, hanno infatti interpretato lo scatto come un chiaro simbolo del cambio della guardia globale.

Il nuovo che avanza è cinese, anche a giudicare dall’età della delegazione cinese che si è recata a Washington per parlare con la ben più attempata amministrazione americana

Tutto è partito da Bill Pascrell, membro del Congresso americano eletto nel distretto del New Jersey. L’immagine mostra gli inviati di entrambe le delegazioni all’inizio del tavolo di lavori che porterà la pax commerciale tra gli States e la Repubblica Popolare.

Perché questa immagine è subito diventata virale su Weibo? Alcuni utenti hanno infatti modificato questa foto “attaccandoci” uno scatto risalente ad oltre un secolo fa.

 

 

L’immagine in questione risale al 1901,  una data che passata alla storia per la firma del “Protocollo dei Boxer”, un episodio storico ancora vissuto ancora oggi come un’onta dai cinesi. La letteratura è unanime nel ritenere la stesura di quel trattato come l’inizio del declino della dinastia mancese, l’ultima casata a sedere sul trono del Cielo.

Nella foto d’epoca notiamo a sinistra la giovane delegazione americana, mentre a destra gli ottuagenari messi imperiali. Un’immagine potente, che sintetizza perfettamente il momento storico: una Cina immobile, non al passo con i tempi che apriva le porte – seppur forzatamente – ad una nazione giovane.

 

Questa volta la situazione si è capovolta. Il nuovo che avanza viene da oriente. Gli Stati Uniti? Sembrano aver perso il loro fascino

 

Come hanno fatto notare gli utenti di Weibo, tranne il 66enne capo delegazione Liu He, braccio destro di Xi Jinping nel Consiglio di Stato, la compagine cinese è tutta formata pressoché da giovani, 50 anni il più anziano.

Al contrario, alla destra del tavolo siede un’anziana delegazione americana dove spiccano Sander M. Levin, 86 anni, e Bill Pascrell Jr., 81 anni.

La doppia immagine a confronto è stata anche postata dall’account ufficiale Weibo della Lega dei Giovani Comunisti, salvo poi essere rimossa. Forse per non urtare la sensibilità delle attempata amministrazione americana?

Come nel caso dello scatto di inizio novecento, anche le immagini del tavolo sino-americano sintetizzano una grande verità: la situazione si è capovolta, il nuovo che avanza viene da oriente.

Guardando allo sviluppo della Cina, non si può ritenere che strabiliati. Da un paese martoriato dalla Rivoluzione Culturale, con un’economia pressoché agraria, in poco più di quarant’anni, il Dragone è divenuto un laboratorio di innovazione mondiale.

La Cina ha bruciato le tappe. Nel campo del web, ad esempio, il Paese di Mezzo è passato dal non disporre pressoché nessuna linea, ad una tecnologia che permette una connessione ultra veloce.  Il Dragone ha anche varato un nuovo corso nel corso della finanza digitale. Senza parlare della robotica, un settore dove la Repubblica Popolare detiene numeri importanti.

 

Shenzhen, Pechino e Hangzhou: il tridente che guida la “Lunga Marcia” cinese nell’high-tech, ma da oggi le porte del Paese di Mezzo saranno ancora più aperte.

 

Dietro la corsa del tech cinese, vi è ovviamente un programma di politiche di sviluppo economico a lungo termine che hanno come fulcro principale il 13° piano quinquennale varato nel 2015. I progetti Internet plus e il programma economico Made in China 2025, sono solo la punta dell’iceberg dei piani della leadership.

Spinta da generosi incentivi sia nel campo degli investimenti che nella ricerca, la Repubblica Popolare sta bruciando le tappe nel diventare un leader mondiale nel campo dell’high-tech. Questa “Lunga Marcia” del Paese di Mezzo, è aperta anche al know-how straniero

Shenzhen, Pechino e Hangzhou sono in prima linea nella trasformazione della Cina in potenza globale high-tech. Ogni città offre vantaggi unici su misura per diversi sottosettori IT.

Per le aziende che si concentrano sull’hardware, con il suo clustering di produzione, giovani talenti e startup tecnologiche, Shenzhen è indubbiamente il punto di riferimento. Invece, quelle aziende tecnologiche che si concentrano su innovazione, ricerca e sviluppo, Pechino offre il pool di talenti più qualificato.

Per coloro che sviluppano prodotti e applicazioni basati su Internet, in particolare nell’e-commerce, Hangzhou è una località attraente a causa degli effetti di ricaduta di Alibaba e dei costi operativi inferiori.

 

Ora il Dragone non chiude le porte, anzi le apre ancora di più invitando a collaborare alla corsa cinese. Tanto da diventare una meta per i “cervelli in fuga”.

 

Dinamicità e una visione concreta del futuro sono le carte vincenti che hanno proiettato la Repubblica Popolare nel tavolo delle grande potenze economico-tecnologiche mondiali. D’altronde siamo tutti dei novelli Marco Polo dove la globalizzazione è la nostra via della Seta che può collegare alla velocità di un click mondi e culture diametralmente opposti.

Ora la Cina è divenuto il nuovo che avanza e sta invitando le eccellenze straniere a contribuire alla sua frenetica corsa. Oggigiorno il Paese di Mezzo” è diventata una meta per i “cervelli in fuga”. Una nuova politica di rilascio dei visti decennali, agevolerà l’iter per quelle richieste portate avanti dai cittadini stranieri.

Da oggi è l‘high-tech, la robotica, le rinnovabili e l’e-commerce, sono le realtà economiche che trainano  la Cina 2.0. Se alcuni grandi paesi occidentali si trincerano dietro a dazi commerciali e un rinnovato interesse per i combustibili fossili, ritrattando anche le veridicità della comunità scientifica circa la “presunta presenza” di un riscaldamento globale.

Che il modello cinese possa scardinare in futuro quello americano? Almeno in occidente è troppo presto per dare un giudizio. Le nostre affinità culturali sono sicuramente più vicine agli States che non al Dragone.

Tuttavia è altresì importante cominciare una riflessione critica circa la reale cifra delle tante opportunità che potranno nascere da un approfondimento dei rapporti bilaterali e commerciali con il Dragone. Le potenzialità sono altissime, la domanda è se mai l’Italia è pronta a conoscere questo nuovo vento che soffia da oriente, anche se prima sarebbe auspicabile avere quantomeno formato un governo.

 

 

 

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