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La Cina fa bene agli affari, e il Vaticano lo sa

22/02/2018

Cina e Santa Sede: l’accordo quasi vicino porterebbe benefici anche alle casse vaticane?


Galileo Galilei disse “l’intenzione dello Spirito Santo è di insegnarci come si vadia al cielo e non come vadia il cielo”. Tuttavia il Vaticano sa dove soffia il vento degli affari, e questa brezza viene da Oriente. Che il business sia il vero motore dell’ormai imminente accordo tra Vaticano e Pechino?

Forse, ci si conceda il beneficio del dubbio, si. La religione è divenuta per molti una questione di numeri e, con 1,37 miliardi di anime da salvare sulla terraferma, non è sorprendente che le relazioni con Pechino si stiano riscaldando.

Un filo rosso, con non poche contraddizioni, lega Pechino a Roma. Questa volta però la direzione non è a Palazzo Chigi, ma il Vaticano, la culla della cristianità. Immaginiamo la Creazione, il capolavoro di Michelangelo della Cappella Sistina dove Dio tende la mano ad Adamo. In questo caso immaginiamoci che alle belle fattezze dell’uomo primordiale di rinascimentale memoria, ci sia il viso di Mao Zedong.

E’ quello che sta succedendo in questi giorni. Il Vaticano e Pechino stanno arrivando ad una firma, quantomeno storica. Lo sottolineano persino alcuni giornali tradizionalmente vicino alla leadership cinese come 人民日报 – Giornale del Popolo – o il Global Times.

Lo storico Philip Jenkins affermò anni fa che “il centro della cristianità si sta spostando dall’occidente all’oriente”.  Mai parole  furono così profetiche. In Cina si contano 40 milioni di protestanti e circa 10 milioni di cattolici. Stime concordano che il numero di vocazioni potrebbe essere in salita. Questi i dati ufficiali, ma non vengono presi in considerazione i numeri della cosiddetta “Chiesa clandestina cinese”.

Ufficialmente le relazioni tra Vaticano e Pechino cessarono nel 1951, allorquando la Santa Sede decise di riconoscere Taiwan come Stato sovrano. Di lì  è storia conosciuta. Il Dragone poco sopporta le intromissioni nella cosa pubblica di qualsivoglia natura, figurarsi di un’entità religiosa.

Il panorama cristiano in Cina è assai molto più complesso di ciò che possa sembrare. I cristiani arrivarono nel Regno di Mezzo con i nestoriani – riconosciuti con l’editto di Taizong nel 638 d.C. – e da lì grandi uomini come Francesco di Pontecorvino o Matteo Ricci, permisero l’inizio di un dialogo non solo di fedi, ma anche di culture.In un certo senso gli emissari di Roma furono i primi ad instaurare un sincero dialogo tra culture e mondi.

All’indomani dello “scisma cinese” Pechino creò la 中国天主教爱国会, Zhōngguó Tiānzhǔjiào Àiguó Huìè organizzazione meglio conosciuta come Chiesa patriottica Cinese i cui vescovi vengono scelti da Pechino. A questa si contrappone una chiesa sotterranea, quasi clandestina, più vicina a Roma.

Sul perchè in Cina il cristianesimo non ebbe un seguito così largo come in altri continenti, meriterebbe altre pagine di dibattimenti. Centrale, al giorno d’oggi è che molti non sono concordi su questa firma tra Pechino e Vaticano, primo fra tutti Zen, lo storico vescovo di Hong Kong che ha accusato la Santa Sede di “svendere i cristiani al partito”.

L’accordo tanto contestato riguarda la possibilità di Roma di riconoscere i vescovi eletti da Pechino. Conferme in questa direzione arrivano direttamente dalla Santa Sede. Tuttavia è facile ipotizzare come una vicinanza su una questione così delicata, porterebbe sicuramente a dialoghi più “terreni”, come l’economia.

 

I numeri in discesa non fanno bene agli affari del Vaticano

 

La Chiesa è oramai divenuta, in gran parte, una vera impresa spirituale e come ogni azienda, in definitiva, i numeri sono importanti. Se prendessimo un normale amministratore delegato e lo portassimo sul soglio di Pietro, e guardasse l’attività globale in termini di clienti, il risultato non è dei migliori. In tutto il mondo si registra una generale disaffezione per la Chiesa, causata dagli scandali che l’hanno investita in ogni parte del globo.

Il repentino avvicinamento alla Cina, può confondere, ma non stupire. La Bibbia è il bestseller mondiale per eccellenza. Ancora oggi il libro più venduto al mondo. Ed in Cina la sua pubblicazione, senza distinzione tra Chiesa di Roma e Protestante, ha toccato quota 125 milioni. Anche su Tmall ed i diversi portali e-commerce, è possibile comprare ogni tipo di accessorio più incline alla nostra vita spirituale. Dai rosari ai testi sacri, tutto è fruibile via web, ed i dati delle compravendite non sono certo in calo. Immaginiamo per un istante che il Vaticano possa avere, quantomeno, dei diritti economici su questa mole di prodotti venduti nella comunità cristiana cinese.

La Santa Sede, così come attualmente fa in altri mercati, potrebbe vendere direttamente al pubblico cinese tramite i portali e-commerce. San Pietro su Alibaba o WeIbo? In Cina non bisogna dare mai nulla per scontato. Forse dovremmo aspettarci, in futuro, un account ufficiale su WeChat. Ironico, forse, ma non troppo lontano dalla realtà del Dragone.

Ma la collaborazione economica fra lo stato più piccolo del mondo ed il Paese di Mezzo potrebbe essere anche di più ampio respiro andando a toccare, ad esempio, il settore turistico. Dai biglietti dei musei vaticani o dai tour guidati, tutto potrebbe essere gestito direttamente dalla Santa Sede e, perchè no, abbracciare anche un pubblico maggiore che non sia solo quello circoscritto dei fedeli.

Dato questo quadro globale, la Cina rimane il mercato dei sogni per il Vaticano, proprio come lo è per la maggior parte delle grandi imprese occidentali: 1,37 miliardi di anime da salvare, nonostante le reticenze interne al Vaticano stesso.

 

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