La Cina è un paese per vecchi!

06/08/2018

Gli anziani cinesi seguono le tendenze come i loro nipoti. Tra WeChat ed account Alipay, la Repubblica Popolare registra una digitalizzazione ad ogni livello sociale. E l’Italia? Il quadro capovolto rispecchia l’atavica fatica tricolore nell’essere realmente competitivo, ma il Dragone potrebbe essere un modello

 

Pechino, nonostante il caldo torrido estivo tipico della capitale cinese in questo periodo, la grande città è piena di turisti. Non solo stranieri, ma anche cinesi.

All’ alba l’immensa piazza Tian An Men ancora dorme, ma molti sono già svegli in attesa di uno spettacolo intenso, che affascina ogni turista: l’alzabandiera.

Tuttavia il vero spettacolo, per noi profani del mondo cinese, sono quelle frotte di anziani che ogni giorno, una volta giunti nella capitale, pretendono di fermarsi nella grande piazza, per assistere a tutto ciò.

Alcuni piangono, altri sono indifferenti, mentre alcuni di loro si levano il cappello in segno di rispetto ed infine c’è anche chi non sussurra qualche rimprovero nei confronti del Partito. Sono tutti figli della rivoluzione, discendenti di quel Gran Timoniere che oramai è diventato l’ apripista del cosiddetto “turismo rosso”. Un modo come un altro di fare business.

Questi “ragazzi d’epoca”, dinanzi alla bandiera rossa a quattro stelle, hanno sentimenti discordanti, ma tutti legati da due fili “rossi”: un sincero sentimento patriottico e la tecnologia.

 

Ognuno di loro ha uno smartphone in mano. Alcuni esibiscono addirittura gli ultimi modelli di Apple, Huawei o Samsung. Niente di cui meravigliarsi, questa è la Cina del nuovo millennio dove gli over 70 seguono come tutti le ultime tendenze .

 

Eccoli lì pronti ad immortalare i soldati dell’ Armata del Popolo intenti ad issare il vessillo nazionale. Una volta conclusa la cerimonia, ecco che questi signori attempati, quasi come fossero i loro nipoti, condividono foto sui loro account WeChat o inviano gli scatti ai loro amici rimasti in città.

Una gran parte degli utenti più frequenti di WeChat è la popolazione più anziana del paese, stando al recente rapporto pubblicato dalla China Academy of Information and Communications Technology (CAICT).

Secondo quanto comunicato, un terzo degli anziani cinesi, gli over 60, ha dedicato all’app l’80% del proprio traffico dati, classificandosi al primo posto tra tutte le fasce d’età. I gruppi più giovani, quelli con meno di 18 anni e tra i 18 e i 35 anni, hanno inserito solo, rispettivamente, il 7,1% e il 6,8%, dei propri dati sul WeChat.

Una tendenza che riflette anche il modo di diffondere le notizie. Come sottolineato dal Ding He, titolare della cattedra di giornalismo presso l’Università Beiwai a Pechino, “gran parte delle notizie viene veicolata tramite il web, anche quando il target sono le persone anziane”.

Nella sua analisi, il professor Ding ritiene che oramai i “giornali stampati vengono comprati da pochissime persone, le versioni online oramai non sono più una novità. Senza contare che anche i diversi comitati cittadini a livello di distretto di ogni città, hanno dei propri portali su WeChat dove far fruire le decisioni o le notizie relative ai cittadini”.

E alla domanda circa se la situazione cambi qualora ci trovassimo in un piccolo centro, la risposta dell’esperto è secca: “che sia Pechino o il deserto del Gansu, che sia Shanghai o la più piccola città di Guizhou, questa è una tendenza nazionale”.

 

E l’Italia? Ancora oggi utilizziamo locandine cartacee per pubblicizzare eventi, una tendenza che in Cina non farebbe altro che ridere

 

Ancora oggi in alcune realtà periferiche, l’affissione delle classiche locandine è una normalità. “Nei piccoli centri come questo, affiggere locandine è la prassi se vogliamo pubblicizzare un evento” afferma Giovanni Giaccio, giovane giornalista molisano.

Tuttavia, l’esempio delle locandine affisse nei piccoli paesi dello Stivale è solamente la punta di un iceberg che vede il Bel Paese come fanalino di coda dei Paesi più industrializzati in fatto di innovazione tecnologica ed approccio alle nuove realtà.

L’agenda digitale italiana risulta tragicamente ferma. L’Italia è all’ultimo posto nelle classifiche per innovazione e digitalizzazione, un problema che potrebbe far vacillare la competitività dell’intero asset produttivo nazionale.

 

C’è quindi da domandarsi, è l’Italia un paese per innovatori? L’ultimo rapporto del MISE non fa ben sperare, ma il problema è a monte e vede anche nell’immobilità del sistema politico come grave concausa di questo ancestrale ritardo che fa aumentare il gap con i principali player stranieri.

 

Nonostante nelle passate legislature la parola “innovazione tecnologica” sia stata – se non quasi – accantonata, oggi l’industria italiana apre finalmente a nuovi e più innovativi orizzonti. Ma la realtà produttiva del Bel Paese fatica ad essere realmente competitiva.

Crescono le consulenze tra realtà produttive e centri di ricerca quali università o giovani start-up. Ma quest’ultime, nonostante siano in aumento, faticano ancora a risolvere i problemi che affligge l’intero settore in Italia.

Carenza di supporto a livello pubblico ed istituzionale, così come i volumi d’affari e gli investimenti raccolti non sono paragonabili ai nostri cugini d’oltralpe francesi o al nord europa. Come al solito, quando parliamo di progetti “open innovation”, l’Italia presenta un panorama a due velocità: una realtà per le  grandi imprese alla quale si contrappone l’incertezza delle Pmi.

Solo il 30% delle aziende italiane ha avviato progetti innovativi, e tra queste, solo il 7% è attiva da più di tre anni. Un panorama impietoso, che sta distruggendo non solo la competitività del made in Italy, ma anche la corsa tecnologica del nostro paese.

L’ultimo rapporto del Mise (Ministero per lo Sviluppo Economico) e InfoCamere sottolinea come allo stadio attuale il numero delle start-up italiane è in crescita, ma quasi il 56% di esse ha conti in rosso, mentre la maggior parte di esse ha bilanci assai contenuti e pochi dipendenti.

Quale potrebbe essere quindi la competitività di un paese le cui imprese più giovani e che guardano al futuro hanno i conti in rosso? Senza pensare che la fibra ottica è ancora un miraggio in molti comuni italiani.

 

Anche su questo un modello potrebbe essere l’estremo oriente. La forza del Dragone è sempre stata la lungimiranza politica nell’attuare politiche di lungo periodo e lunga data.Come affermato dall’ambasciatore italiano a Pechino Ettore Sequi “l’Italia può prendere spunto dal modello cinese”.

 

Il nostro è un Paese dove nonostante si produca un gioiello tecnologico come il Frecciarossa 1000, questo non può esprimere tutte le sue potenzialità dal momento cui la linea ad alta velocità nostrana è oramai obsoleta e necessiterebbe di un rinnovo totale. Un paradosso degno di una farsa di Pulcinella.

Nonostante le grandi differenze socio-culturali, nonché di governance, tra il Dragone e il Bel Paese, l’Italia potrebbe prendere come modello quella volontà della leadership cinese di portare avanti strategie di lungo corso, che guardino ad un futuro lontano e non all’immediato “effetto placebo” per meri fini elettorali. La rinomata concretezza cinese, su questo, è nettamente superiore alle generali o populiste chiacchiere della politica nostrana.

Guardare più avanti, o quantomeno ad un tentativo di unità di vedute fra le forze politiche, potrebbe fare la differenza. Parlare di meno e concretizzare di più la ricetta. Questo ha permesso alla Cina quella rapida e vertiginosa crescita, anche tecnologica, ora sotto gli occhi di tutti. L’Italia è tuttavia il fanalino di coda dei paesi più sviluppati in fatto di ricerca e agenda digitale.

 

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