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L’Italia è pronta a dialogare con la Cina?

25/02/2019

Presto inizieranno i lavori parlamentari della “lianghui”, la doppia sessione annuale dei due organi legislativi della Repubblica Popolare e gli occhi sono puntati sul Dragone per capire le mosse che Pechino metterà in campo nel futuro. Ma l’Italia è pronta a dialogare con la Cina?

 

Il governo gialloverde, almeno sotto l’aspetto delle relazioni bilaterali con la Cina, seconda economia al mondo ed ora potenza globale cui bisogna rapportarsi e dialogare, aveva iniziato i lavori sotto i migliori auspici.

La creazione della “Task force China è stata accolta sin da subito come un importante punto di inizio per implementare il commercio tra il Bel Paese e l’estremo Oriente. Tuttavia a sei mesi dall’insediamento del premier Conte e dei dioscuri Di MaioSalvini, quali sono stati i risultati ottenuti?

Se non ogni ufficio di statistica, da quelli dell’Unione Europea fino agli istituti di ricerca indipendenti, ci hanno rifilato gli ultimi posti nella classifica della crescita. Insomma, non proprio rose e fiori. E per quanto riguarda la Cina ed i rapporti commerciali bilaterali? Tralasciando la gaffe del titolare del MISE, che sul palco della prima CIIE di Shanghai, forse ammaliato dalla Turandot di Puccini, chiamò il Presidente cinese “Mr. Ping”, anche qui, non sembra che i risultati siano stati ottimali.

 

L’Italia comunica il commercio diretto via aereo di arance siciliane con la Cina? Ma Pechino importa l’80% degli agrumi da Nuova Zelanda, Australia e California. Ci sarà davvero una crescita della domanda?

L’Italia, anche in Cina, sembra essere in ritardo su tutta la linea. La Cina non è più la “fabbrica del mondo”. E’ sicuramente una realtà industriale matura con il quale dialogare, ma in Italia non ne abbiamo ancora coscienza.  Il gap con Francia e Germania è ancora notevole e paesi come il Cile sembrano superarci. Tuttavia la sensazione che il mondo industriale in generale ha è che la Task Force China che avrebbe dovuto dare un’immagine nuova del paese, non stia centrando in pieno il bersaglio.

Le varie camere di commercio, uffici commerciali consolari o sedi ICE sparsi per il suolo cinese vengono, purtroppo, visti come dei grandi carrozzoni burocratici che rallentano l’attività, anziché sostenerla.

Non solo, se ci confrontassimo con i cugini d’oltralpe, noteremo che manca un vero piano sia a livello nazionale che locale, che sappia realmente interfacciarsi con la Cina e le sfide che questo mercato comporta. Tante le foto scattate durante le missioni di Tria, Di Maio e Geraci ma nel concreto?

Gli organi di governo italiano hanno sbandierato urbi et orbi la firma di un trattato commerciale che permetterà l’arrivo via aereo in Cina di arance siciliane. Una novità propagandata come oro per i produttori di settore. La domanda è che tutti si sono posti, cinesi in testa, è se mai ci sarà una reale crescita della domanda. Attualmente l’80% degli agrumi consumati in Cina provengono da Australia, Nuova Zelanda e California.

Nel tempo si è aggiunto anche il Sud Africa e Pechino sta investendo miliardi nel settore dell’agricoltura biologica ad Hainan, sud della Cina, dove proprio gli agrumi sono la coltura maggiormente diffusa.

Senza contare che anche in termini di “soft-power” l’Italia è totalmente assente. Non stiamo parlando di iniziative o eventi culturali, bensì della presenza sul web. Le pagine dell’Ambasciata Italiana e di altri istituti su Weibo o WeChat, sono del tutto imbarazzanti.

Un fatto non accettabile in una nazione dove oltre un miliardo di utenti utilizza i social network quotidianamente. Non mancano ovviamente le note positive, come l’ottimo lavoro, svolto quasi in solitaria, dei consolati di Chongqing e Canton.

 

Il governo, ha mai  promosso un piano che istruisca finalmente l’imprenditoria italiana che la Cina, non solo è un mercato appetibile, ma è un Paese il cui know-how potrebbe essere interessante anche per le nostre PMI?

 

A volte ci si dimentica che anche nella Repubblica Popolare esiste una fitta rete di piccole e medie imprese il cui fatturato è decisamente superiore a molti pregiudizi.

La Cina con il suo “Made in China 2025” sta continuando non solo una modernizzazione del suo tessuto produttivo, ma anche una sponsorizzazione delle sue eccellenze. Di contro in Cina, sono ancora in molti a pensare che in Italia si producono esclusivamente macchine utensili e beni agroalimentari, vino in testa.

Sicuramente è auspicabile che la “Task force China” e il ministro Tria, non solo volino in Cina per stringere – importanti – accordi, ma si ricordino di portare avanti una politica di “soft-power” a doppio binario: promuovere e far conoscere la Cina ai nostri imprenditori e viceversa.

Ma la Cina è realmente interessata al Bel Paese? Sicuramente Pechino vuole investire in Italia, ma ciò che preoccupa il Dragone è l’instabilità politica. Nonostante Salvini e Di Maio hanno giurato che il governo durerà tutta la legislatura, i venti di crisi sembrano interessare quotidianamente l’esecutivo. 

Ovvio pensare che gli investimenti vengano dirottati da altre parti. Ma si sà, i cinesi non amano l’incertezza e l’Italia è un fromboliere che, visto dal basso, non si sa mai se andrà dritto e riuscirà a salvarsi o cadrà inesorabilmente nel baratro.

Ecco quindi che Tria, nella visita nell’autunno scorso in Cina, ha parlato nuovamente della centralità dell’Italia e dei suoi porti, Trieste in primis, nel progetto BRI, l’Italia risulta a tutti gli effetti marginale nello scenario della Nuova Via della Seta.

Tuttavia l’Italia è in ritardo. I porti spagnoli di Bilbao e Valencia a ovest, del Pireo a est hanno de facto sostituito l’iniziale hub strategico dei porti italiani nel mediterraneo. Non solo, sempre in Grecia, Pechino sta costruendo la “land-sea express route”, una ferrovia che collegherà il Pireo con l’intera penisola Balcanica.

L’Italia gode ancora di un certo “romanticismo”. Da Venezia partì Marco Polo e nella propaganda di Pechino il nome del commerciante veneziano è onnipresente. Tuttavia a fare i ponti è il mercato e se l’Italia del 2018 sarà ancora questa chimera con il quale è difficile avere un dialogo, le navi ed i treni della BRI faranno rotta su altri porti e stazioni.

 

Un Paese fermo agli anni 90 con una classe politica che sembra incapace a rispondere alle sfide di domani. E il continuo clima da campagna elettorale non aiuta.

 

Siamo purtroppo l’Italia dei “signor no”. L’Italia è quel paese che produce un gioiello tecnologico come il Frecciarossa 1000, ma un treno da Roma a Campobasso impiega sì e no 3 ore per arrivare a destinazione. E il sud Italia? Nessuna parvenza di alta velocità, se non quel mono binario in Puglia, teatro dell’ennesima tragedia frutto della mancata voglia di costruire un secondo binario. Ironico è altresì constatare che il Bel Paese, nel campo dell’ingegneria ad alto tasso tecnologico, è leader mondiale.

Le nostre lenti satellitari sono vendute ovunque, così come le nostre macchine utensili. Paesi come Cina o Giappone comprano da noi sofisticati congegni proprio per costruire o mettere in sicurezza le loro infrastrutture. Il paradosso, degno del Paese di Pulcinella, è che non utilizziamo ciò che produciamo e stiamo perdendo il nostro stesso know-how e competitività. Anche a causa di collegamenti infrastrutturali esteri che, negli anni 2000, sono oramai da ristrutturare totalmente.

I romani costruirono un Impero sulle infrastrutture. Il detto “tutte le strade portano a Roma” si basa proprio sulla capillarità del sistema stradale dei nostri avi. E nel presente? Progetti come la Gronda di Ponente,  la Tav o il Terzo Valico, sono finiti nell’elenco delle battaglie epiche e infinite di cui sentiamo la sera in tv.

Cose che succedono solo in Italia? Sembrerebbe di si. Facendo un confronto con la Repubblica Popolare emerge purtroppo una radiografia indegna per un Paese che vuole ritenersi sviluppato: un Paese totalmente paralizzato. Dalla robotica all’elettronica fino a passare per l’aerospazio e le infrastrutture, la Cina, allo stato attuale, è divenuto un punto di riferimento in ogni settore. Un traguardo reso possibile anche da forti investimenti, soprattutto nel campo dell’istruzione. Mentre il Bel Paese occupa il fanalino di coda.

 

Le aziende italiane aprono finalmente all’innovazione, ma tante le problematiche. Secondo il Mise le start-up del Bel Paese sono 9 mila, ma oltre il 50% hanno in conti in rosso. Che la strada cinese possa essere da esempio?

 

L’agenda digitale italiana risulta ferma. Il Bel Paese è in coda alle classifiche per innovazione e digitalizzazione, un problema che potrebbe far vacillare la competitività dell’intero asset produttivo nazionale. Che un modello potrebbe essere l’estremo oriente? Forse si. La forza della Cina, ad esempio, è sempre stata la lungimiranza politica nell’attuare politiche di lungo periodo e lunga data.

Ovviamente confrontare i due sistemi politici dei rispettivi paesi sarebbe del tutto inutile. Tante le differenze culturali che hanno portato a creare un modo di pensare che non è applicabile nei propri confini nazionali.

Anche paragonare la governance non è auspicabile. Tuttavia l’Italia potrebbe prendere come modello quella volontà della leadership cinese di portare avanti strategie di lungo corso, che guardino ad un futuro lontano e non all’immediato “effetto placebo” per meri fini elettorali. La rinomata concretezza cinese, su questo, è nettamente superiore alle generali o populiste chiacchiere della politica nostrana.

Guardare più avanti, o quantomeno ad un tentativo di unità di vedute fra le forze politiche, potrebbe fare la differenza. Questa, ad esempio, è stata la forza della Germania post muro di Berlino, nonostante l’alternanza di diversi governi, da un punto di vista economico e politica estera, seppur generale, si è mantenuta sempre una visione concreta del futuro.

Parlare di meno e concretizzare di più la ricetta. Questo ha permesso alla Cina quella rapida e vertiginosa crescita, anche tecnologica, ora sotto gli occhi di tutti. L’Italia è ancora il fanalino di coda dei paesi più sviluppati in fatto di ricerca e agenda digitale. Che questo possa essere un binario di dialogo tra i nostri paesi?

 

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