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L’ultima frontiera dello sviluppo economico di Pechino: la green tech

05/04/2019

In Cina cresce una coscienza ambientale. Oggi il governo centrale investe nella green tech, non solo per migliorare le condizioni ambientali del paese. In ballo credibilità internazionale e sviluppo economico

 

Il 15 marzo scorso più di 100 milioni giovani in 183 paesi hanno manifestato, lanciando un messaggio ai rispettivi governi sull’urgenza di contrastare il cambiamento climatico. A Hong Kong un migliaio di studenti si univano alla manifestazione, mentre la terra ferma restava in silenzio. Nessuna partecipazione degli studenti cinesi al movimento globale dei #FridaysForFuture, solo brevi note dei media di stato su quel che stava accadendo all’estero. Tuttavia nel Dragone una coscienza ambientale è ben radicata e, come al solito si manifesta con “caratteristiche cinesi”.

Durante l’Assemblea delle Nazioni unite sul Clima a Nairobi, è arrivavano l’annuncio congiunto dell’Agenzia Onu sull’ambiente e delegazione cinese, che la Cina ospiterà il “World Environment Day”, la più importante giornata dell’Onu dedicata all’ambiente in virtù della “leadership dimostrata dal paese nel combattere l’inquinamento domestico”.

 

Il prossimo 5 giugno Hangzhou sarà il centro delle celebrazioni, con manifestazioni previste anche in altre città cinesi.

 

Controllare il dissenso interno e mostrare il volto di nuova Cina, matura e consapevole delle proprie responsabilità anche ambientali all’esterno, questa la linea di Pechino, che ha fatto della lotta all’inquinamento, uno dei pilastri della propria leadership.

Salito al potere nel 2012, Xi Jinping ha ereditato un paese con una situazione ambientale drammatica. Livelli di inquinamento di aria, acqua e suolo, ben oltre la soglia rossa, riconosciuta come il limite oltre il quale è a rischio la sopravvivenza della specie umana, risultato di uno sviluppo economico accelerato che ha preso il volo nel più completo disinteresse per gli effetti sull’ambiente e sulle risorse naturali.

 

 

Agendo con fermezza, nel giro di pochi anni, la politica ambientale di Xi Jinping ha portato risultati insperati. Tanto che Pechino ha incassato le lodi dei partecipanti all’ultimo vertice Onu sul clima di Katowice, per aver raggiunto i propri obiettivi di riduzione delle emissioni di carbonio tre anni prima di quanto previsto dagli accordi (il 40-50% per unità di Pil rispetto al 2005).

Un bel passo in avanti per il secondo emettitore al mondo, fino a pochi anni fa considerato la pecora nera della comunità internazionale in fatto di ambiente e che ora si trova (volente o nolente) alla guida della diplomazia climatica globale, unica speranza davanti al disimpegno americano e all’arretramento brasiliano.

“Per avere montagne d’oro e d’argento c’è bisogno di avere acque limpide e monti verdi, colline verdi e acque limpide sono montagne d’oro e d’argento”, in questa parole pronunciate nel 2005, quando era ancora Segretario del partito nello Zhejiang e poi reiterate in più occasioni, il succo del pensiero ambientalista di Xi.

 

 

Da risorsa da sfruttare per la creazione di ricchezza, l’ambiente diventa in questa nuova prospettiva ricchezza a sé, da preservare con cura e valorizzare attraverso la “green economy”. In parte in continuità con i suoi predecessori la linea perseguita da Xi è quella di uno sviluppo “innovativo, armonizzato, ecologico, aperto e condiviso” animato dall’idea di “Civilizzazione Ecologica”. 

Da quando è al potere Xi Jinping ha fatto molto per la protezione dell’ambiente, anche a scapito della crescita economica. Tradotto in pratica l’ambientalismo di Xi Jinping ha visto l’inasprirsi di regolamentazioni ambientali e della struttura di controllo. Leggi più severe come la tassa ambientale, direttamente proporzionale alla quantità di sostanze inquinanti emesse.

 

Xi Jinping: “Per avere montagne d’oro e d’argento c’è bisogno di avere acque limpide e monti verdi, colline verdi e acque limpide sono montagne d’oro e d’argento”.

 

Progressiva decarbonizzazione, attraverso lo smantellamento degli impianti obsoleti e la sua sostituzione con nuove tecnologie; investimenti nelle rinnovabili (126,6 miliardi di dollari investiti nel solo 2017) che hanno fatto della Cina il più grande fornitore di energia eolica al mondo e leader nella produzione di pannelli fotovoltaici.

Lotta alla corruzione che è anche un modo per controllare e allineare gli obiettivi dei funzionari locali con target ambientali ben precisi, perché la crescita del Pil ci deve essere ma deve mantenersi verde. Infine la governance, per garantire una più agile gestione delle questioni afferenti a clima e ambiente, si è avviata una ristrutturazione dei ministeri, dalla quale è uscito un super Ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente, una nuova entità che ha accorpato responsabilità che in precedenza erano sparse tra diversi organi.

 

 

Questo in breve il nucleo dell’attivismo di Xi, gravato comunque da una contraddizione in termini, giacché non è ancora chiara la formula che permette di allineare crescita economica e salvaguardia dell’ambiente, senza che l’una infici l’altra. Ora più che mai, con una congiuntura economica in rallentamento e la guerra commerciale con gli Usa.

Ecco che, anche se in maniera soft, in occasione delle recenti due sessioni del parlamento cinese, l’ambientalismo è stato evocato come un limite dai delegati delle varie province che si trovano in difficoltà nel rispettare le stringenti normative ambientali promosse dal governo centrale. Non è passato inosservato poi l’affievolirsi dell’afflato verde nel discorso del premier Li Keqiang che ha menzionato la necessità di “concedere alle aziende un periodo di grazia per adeguarsi agli standard ambientali, piuttosto che obbligarle a chiudere”.

Tuttavia il pensiero verde de Presidente cinese non è scevro di critiche. Rispedite subito al mittente. Incontrando la delegazione della Mongolia Interna (provincia piegata dal dilemma tra crescita e ambiente), ha avvertito: “Non pensiate di lanciare progetti dannosi per l’ambiente in nome della crescita» e riferendosi alla congiuntura complicata ha aggiunto «è necessario stringere i denti, risalire la china e passare il crinale”.

 

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China Files è un collettivo di giornalisti specializzati in affari asiatici. Il media copre l’attualità di Cina, India, Asia Centrale, Giappone e Coree, fornendo news, approfondimenti e reportage scritti e audio.

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