Perché la Cina continua ad investire in Africa?

11/09/2018

Oltre 100 miliardi di dollari investiti in dieci anni e progetti che vanno dall’istruzione alle infrastrutture. Pechino investe nel continente africano non dimenticando mai il “principio di interferenza politica”, caposaldo della sua diplomazia. Le nazioni africane accolgono a braccia aperte i capitali del Dragone e resta da vedere se queste iniziative siano sufficienti per affrontare le critiche occidentali sulla Cina in Africa.

 

Si è concluso recentemente a Pechino il Forum per la Cooperazione Cina-Africa (FOCAC) con l’approvazione della “Dichiarazione di Pechino” e del “Piano d’Azione di Pechino 2019-2021”. Come ha scritto l’ambasciatore Li Ruiyu nel suo editoriale sul Sole 24 Ore, “Il Presidente Xi Jinping, nel suo intervento al Forum, ha ribadito che la Cina continuerà a basarsi sull’onestà e sulla benevolenza nel suo essere vicina ai Paesi africani e intende unire le forze per progredire, al fine di costruire un destino comune sino-africano sempre più interconnesso”.

Il Forum non ha solo ribadito l’amicizia di lunga data tra la Repubblica Popolare e le nazioni africane, ma ha altresì posto le fondamenta per una “reale cooperazione inclusiva win-win”. Pechino si impegnerà a stanziare investimenti per 60 miliardi di dollari e come riferisce l’ambasciatore “Il Forum di Pechino ha anche uno scopo di coniugare l’iniziativa Belt and Road, l’Agenda 2063 dell’Unione Africana e l’Agenda 2030 dell’Onu”, tutti progetti che permetteranno e garantiranno un reale processo di sviluppo.

 

Per Xi Jinping gli “aiuti stanziati non sono solamente vanità”, mentre l’avanzare di Pechino nel continente africano è stato etichettato da molti come “nuovo colonialismo e sfruttamento”, ma Pechino continua ad investire e le nazioni africane sostengono il “piano Marshall” made in China.

 

Ma cosa ci guadagna la Cina nell’investire in Africa? Per prima cosa alleati. La storica seduta dell’ONU del 1972 che riconobbe la Repubblica Popolare Cinese come unica Cina, passò anche grazie al sostegno dei paesi africani.

Tuttavia è da precisare che nonostante Pechino sia stata vicino alle lotte di indipendenza e liberazione africane sin dagli anni 50, solo il 40% delle nazioni del continente votò a favore della Cina. Comunque sia un buon numero.

Ma all’indomani del 2007, allorquando sempre l’ONU si riunì per varare nuove sanzioni alla Corea del Nord, ecco che solo 3 stati africani votarono contro la Cina. Era oramai evidente che l’asse geopolitico del continente africano si era piegato a favore di una nuova guida a trazione cinese.

 

Pechino in dieci anni ha stanziato 130 miliardi di dollari. Non solo Infrastrutture, il Dragone investe anche in educazione ed economia e presenta progetti di sviluppo completi che fanno impallidire gli aiuti occidentali e molte nazioni africane vedono nella Cina un modello da seguire.

 

Emblematico è il caso dell’Etiopia, paese che secondo le visioni cinesi avrà anche un ruolo strategico nella Nuova Via della Seta. La capitale Addis Abeba è oramai una moderna città con grattacieli e palazzi di vetro come fosse una comune e moderna città cinese.

In due decenni, i cinesi hanno costruito nella capitale etiope un raccordo stradale da 86 milioni di dollari, lo snodo stradale del Gotera (12,7 milioni di dollari), la prima autostrada a sei corsie dell’Etiopia (800 milioni di dollari) e la linea ferroviaria Ethio-Gibuti (4 miliardi di dollari), che collega l’entroterra con le aree costiere. Anche la metro cittadina porta il marchio di Pechino.

Sicuramente l’edificio più rappresentativo della città è il futuristico palazzo di vetro, sede dell’Unione Africana, un “dono” da 200 milioni di dollari del governo cinese.

La Cina ha altresì finanziato la ferrovia Keniota Nairobi-Mombasa e in Gibuti Pechino ha costruito la sua prima base militare all’estero e in generale gli investimenti del Dragone in Africa spaziano in ogni angolo del continente. In una decade il governo cinese ha stanziato 130 miliardi di fondi in investimenti. Un numero enorme, se paragonato ai “soli” 55 miliardi del 2005 da parte dei paesi membri del G8.

 

Ovviamente i progetti non sono gratuiti, ma l’accusa avanzata dall’ex Segretario di Stato americano Rex Tillerson che la Cina “vuole stringere le nazioni africane nella morsa del debito” viene rispedita al mittente con i fatti.

 

Secondo il governo etiope “non vi è alcuna stretta e Pechino non interferisce in alcun modo nella politica nazionale”. Questa una prima chiave di lettura del successo cinese in Africa. Ancora oggi, seppur con grandi smussature, la formulazione di politica estera cinese fa riferimento ai “cinque principi di coesistenza pacifica” dal 1955, anno in cui furono formulati durante la conferenza di Bandung. Tra questi vi è il principio di non interferenza, tuttora ritenuto uno dei capisaldi su cui si basano le relazioni internazionali di Pechino.

Inoltre i finanziamenti stanziati dal Dragone sono quasi tutti a tasso assai agevolato e in alcuni casi a tassi zero. Braccio finanziario di quasi tutte le operazioni è la 中国进出口银行,Exim bank, banca creata nel 1994 sotto il controllo del Consiglio di Stato. E l’impegno di quest’anno firmato in occasione del vertice FOCAC di stanziare 20 miliardi di dollari, riflette ancora di più la tendenza della Cina di perseguire la strada dei finanziamenti commerciali agevolati, sottolineando come le azioni di Pechino sono molto diverse dalle linee di credito “convenzionali” occidentali.

 

La Cina avanza verso una produzione industriale più efficiente e tecnologica, ma al tempo stesso i suoi imprenditori privati, stanno sostenendo la nascita di  un reale tessuto produttivo africano. Che il Dragone stia attuando il “piano Craxi”? Ma l’impegno cinese non è solo circoscritto all’economia.

 

In paesi come l’Etiopia e il Ruanda, le imprese cinesi stanno già svolgendo un ruolo importante nel dare il via alle industrie manifatturiere locali. L’impegno della Cina di un fondo da $ 5 miliardi per sostenere le importazioni dall’Africa alla Cina, combinato con l’annuncio di iniziative sulla promozione industriale, la connettività delle infrastrutture e la facilitazione degli scambi, sembrano concepiti per dare impulso a questo processo.

Resta da vedere se queste iniziative siano sufficienti per affrontare le critiche occidentali sulla Cina in Africa. Tuttavia, mentre gli Stati Uniti si divincolano dal campo dello sviluppo internazionale e l’Europa rimane preoccupata dalle sfide interne, è probabile che il relativo ruolo della Cina nello sviluppo africano continuerà a crescere.

L’impegno cinese è infine non circoscritto meramente all’economia. Tanti oramai sono i giovani che si recano nelle città cinesi per studiare e frequentare l’università. Che il Paese di Mezzo stia attuando il piano Craxi nel quale l’ex primo ministro italiano, per primo, sostenne la necessità di investimenti nel campo dell’istruzione ed economia in Africa?

 

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