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Perché Pechino sta investendo nel Xinjiang?

24/04/2018

 

La Regione autonoma più a ovest della Cina ha visto negli ultimi anni una crescita vertiginosa degli investimenti. Chiamata da tutti “la porta della Cina” il Xinjiang avrà un ruolo chiave nella BRI. Tante le sfide, ma molte le opportunità

 

Anche la Cina ha il suo “far west” e questo prende il nome di Xinjiang, il cui nome cinese significa letteralmente “nuova frontiera”. Terra magica e ricca di storia, che alle orecchie di noi occidentali fa volare la mente alle grandi vie carovaniere del passato. Per di qui passava la Via della Seta battuta da Marco Polo e sempre questo sarà il crocevia del nuovo progetto infrastrutture di Xi Jinping: la Belt and Road Initiative.

Il Xinjiang è sempre stato una terra di confine ed ancora oggi ricerca quella stabilità interna tra le diverse genti che compongono il mosaico etnico della regione. Questa terra selvaggia, ma ricchissima nel suo sottosuolo, è stata anche teatro di contese internazionali, in particolare modo con l’ex Unione Sovietica.

Il confine militarizzato tra Cina e Russia è caduto a favore di una rinata collaborazione internazionale, ma rimangono i dilemmi, primo fra tutti il cercare un bilancio tra “stabilità” e “progresso”. La storia moderna di questa regione è complessa quanto i conflitti sociali interni.

 

Nonostante il Xinjiang non sia uno degli undici cluster produttivi principali della Repubblica Popolare, la crescita e vitalità economica della Regione la si percepisce immediatamente una volta atterrati ad Urumqi.

 

L’anima al commercio è nel dna della gente che vive a queste latitudini. Appena arrivati al piccolo, ma assai ordinato, aeroporto internazionale di Urumqi, capoluogo della provincia, ci si accorge immediatamente di come questa terra sia un crogiolo di razze e culture, crocevia necessario per entrare ed uscire dal Paese di Mezzo.

Negli ultimi quaranta anni questa provincia ha accolto cinesi provenienti da ogni parte del Paese. Gli anni 50 hanno visto l’arrivo di tecnici per sfruttare il sottosuolo e collaborare sul confine kazako con ingegneri russi, negli anni 60 chi cercava un porto sicuro dalla Rivoluzione Culturale e di recente una nuova emigrazione fatta di capitani di ventura arriva qui nel Xinjiang.

Per capire cosa sarà il Xinjiang domani, basta visitare i variopinti bazar di Urumqi e Kashgar. Questi ancora conservano quel carattere e fascino originario. Qui ogni giorno una grande folla, avvolta dall’inconfondibile odore degli spiedini di agnello arrostiti e dalle zaffate di cumino e curcuma in vendita lungo le strade, arriva per fare affari.

Andarci a passeggio è una gioia per gli occhi, dal momento che è possibile vedere ed incontrare di tutto. Vecchi appartenenti alla etnia uigura avvolti in variopinte gabbane o giovani uomini e donne, dai tratti asiatici, ma con occhi di un verde smeraldo. Questo è semplicemente il Xinjiang.

Sempre stata terra di confine, l’intera regione non è scevra da problematiche di tipo internazionale e locale. Quest’area, così come il confine sul fiume Amur nello Heilongjiang nell’estremo nord-est del paese, è stato il teatro delle schermaglie tra Mao e l’Unione Sovietica con un conflitto armato tra i principali paesi comunisti evitato per un soffio.

 

Non è insulse trovare tassisti provenienti dal Sichuan o commessi nati nello Shandong. Si stima che ben cinquanta differenti culture vivino a stretto contatto in questa regione.

 

Inoltre la tensione sociale tra la minoranza musulmana uigura e l’etnia cinese han sono ancora una spina nel fianco per Pechino. Se con il crollo dell’Unione Sovietica e la progressiva indipendenza delle repubbliche confinanti il primo problema è stato pressoché risolto, il secondo è ancora palpabile sul territorio.

Che il Governo Centrale abbia sbagliato strategia, è stato ammesso, anche se non esplicitamente, dalla leadership cinese.  La strategia muscolare che Pechino ha esercitato per oltre 40 anni sulla regione, non ha portato gli effetti desiderati.

Anzi ne ha aumentato i problemi, ragion per cui dagli inizi del 2000 l’approccio è stato da una parte più inclusivo, che allargasse e permettesse alla minoranza figura di essere partecipe al cammino produttivo della regione. Tuttavia è altresì vero che gli sforzi di Pechino hanno trovato muri da ambo le parti, sia da parte della minoranza uigura che dagli han stessi.

Nonostante le contraddizioni sociali, il dinamismo economico del Xinjiang è una realtà attiva aperta anche ad investimenti stranieri. La regione ha tutte le carte in tavola per essere la locomotiva trainante delle regioni ad ovest della Cina.

 

Dopo l’apertura della tratta ferroviaria Chongqing-Xinjiang-Europa, circa 200 treni sono passati attraverso le rotte internazionali, spedendo materie prime per oltre mille miliardi di dollari.

 

Il Xinjiang, infatti, gode di un grande vantaggio geografico nella fascia economica della Via della Seta. Prima di tutto,questa regione, con i suoi oltre 5 mila km di frontiera, confina con una serie di paesi chiave tra cui Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Pakistan e Uzbekistan.

Ciò rende il Xinjiang una porta essenziale per la Cina per connettersi con varie nazioni vicine poiché  le importazioni e le esportazioni cinesi, passano attraverso lo Xinjiang prima di essere spedite da o verso i mercati dell’Asia centrale.

ll deserto del Taklamakan, che si estende su un’area di oltre 300 mila chilometri quadrati, è il più largo della Cina e il secondo deserto di sabbia più ampio al mondo. Chiamato ancora oggi “la tomba” per la sua pericolosità e la quasi assenza di oasi, questa meravigliosa distesa di sabbia, dopo essere stato il centro dell’antica Via della Seta, oggi viene attraversato da due autostrade rispettivamente lunghe 562 e 436 km.

Queste due, ma essenziali, lingue d’asfalto partono rispettivamente dalle città regionali di Xiaotang e Minfeng, e sono il simbolo del poderoso sviluppo di questa terra. Tonnellate di prodotti vengono da qui condotte ogni giorno verso più di 100 città dell’Asia centrale, occidentale e meridionale e verso l’Europa; in senso inverso, attraverso lo Xinjiang, sono indirizzate all’interno della Cina.

 

Lo sviluppo del commercio elettronico transfrontaliero può aiutare Xinjiang ad emergere come centro di stoccaggio e di distribuzione per i mercati dell’Asia centrale.

 

Nell’autunno dell’anno scorso il primo treno merci  cinese è partito da Wuhan per raggiungere Londra in 15 giorni, quasi un mese in meno in meno di quanto è necessario per il trasporto via mare. Dal settembre 2014, dopo l’apertura della tratta ferroviaria Chongqing-Xinjiang-Europa, circa 200 treni sono passati attraverso le rotte internazionali, spedendo materie prime per oltre mille miliardi di dollari.

Negli ultimi dieci anni, il totale degli investimenti delle imprese cinesi lungo l’asse della Nuova Via della Seta ha subito un incremento annuale del 54%, mentre quello globale tra la Cina e le altre nazioni si è accresciuto complessivamente del 21%.

Il Xinjiang è in quale modo anche artefice dell’entrata nel paniere internazionale delle valute pregiate del RMB. Se in passato il commercio avveniva prevalentemente in dollari o in euro, oggi tutti ritengono più conveniente utilizzare lo yuan cinese quale valuta di pagamento.

A riguardo la China Development Bank,  è tradizionalmente attiva nelle transazioni finanziarie con Russia e nazioni dell’Asia centrale. Inoltre, Pechino prevede di costruire nel Xinjiang non solo infrastrutture, ma anche 30 parchi logistici, con l’istituzione di diverse zone di libero scambio .

Lo sviluppo del commercio elettronico transfrontaliero può aiutare Xinjiang ad emergere come centro di stoccaggio e di distribuzione per i mercati dell’Asia centrale. Dati tutti questi fattori, la crescita della regione potrebbe decollare nei prossimi anni, creando opportunità per diverse industrie di supporto nella regione.

 

Per ora il Paese di Mezzo, continua a collaborare ed investire nel centro Asia. La China Development Bank ha elargito credito per 4,2 miliardi di dollari alla KAZ, una delle principali società minerarie del Kazakistan.

 

Il Xinjiang è in qualche modo la testa di ponte della penetrazione cinese dell’Asia centrale. Con la caduta del blocco sovietico le neonate repubbliche post comuniste, a causa della divisione interna sovietica della produzione economico-industriale,  si trovarono infatti ad un bivio. Continuare a dipendere da Mosca per l’approvvigionamento o chiedere all’Occidente.

Nei primi anni 90 si presentò una terza via: l’accesso al mercato e all’assistenza della Repubblica Popolare. Pechino da allora ha fatto di tutto  per stringere accordi con queste regioni e negli anni 2000, grazie anche ad un maggior peso internazionale della Cina stessa, si continua su questa strada. Con una differenza sostanziale, la Nuova via della Seta sarà aperta a tutti.

Per ora il Paese di Mezzo, continua a collaborare ed investire nel centro Asia. La China Development Bank ha elargito credito per 4,2 miliardi di dollari alla KAZ, una delle principali società minerarie del Kazakistan

Più di duemila anni fa il deserto di Amu Darya, nel nord-est del Turkmenistan, rappresentava la sezione meridionale dell’antica Via della Seta, la sola strada da Dunhuang ad Istanbul; oggi è divenuto un importante punto di partenza del gasdotto Cina-Asia centrale.

Dopo aver attraversato l’Uzbekistan e il Kazakistan meridionale, la pipeline che trasporta il gas naturale turkmeno arriva fino a Khorgos nel Xinjiang, per poi fornire energia a più di 500 milioni di cinesi e a 25 province, per una dotazione annua di 25 miliardi di metri cubi di gas.

Anche le rinnovabili, come in tutta la Cina, sono divenute una realtà importante. Al fine di non ripetere gli errori perpetrati in altre province, nel Xinjiang il Governo Centrale ha chiesto di creare un tessuto industriale che fosse sin da subito il più possibile eco-friendly e poco inquinante.

Sono stati inoltre avviati accordi e collaborazioni internazionali anche nel campo dell’approvvigionamento energetico, che possa anche sostenere la grande domanda durante i rigidi inverni nel nord della regione. Nella stessa Urumqi, ad esempio, dove le temperature arrivano anche a – 25°, i vecchi impianti di riscaldamento a carbone, si stanno via via sostituendo con nuove strutture.

Questa strategia ha visto il tasso di crescita del PIL dello Xinjiang superare la media nazionale dal 2003 con grande vitalità per l’economia regionale. Non solo infrastrutture, ma anche il settore agroalimentare ha visto una crescita importante.

 

Il Xinjiang non è solo un grande cantiere infrastrutturale, ma lascia lo spazio anche a comparti economici ben più innovativi che stringono l’occhio al cross-border e-commerce. Prodotti locali fatti dagli artigiani, in particolare tessuti, sono assai apprezzati in tutta la Cina.

Basti pensare che la casa di moda cinese Mukzin, per la collezione autunno-inverno 2016, si è ispirata proprio ai colori tradizionali dei tessuti della regione. Non solo, il Xinjiang è universalmente conosciuto in tutto l’Asia centrale per l’alta qualità dei suoi prodotti agricoli.

Meloni, uva, yogurt e l’immancabile carne  d’agnello, sono alcuni dei prodotti che ogni giorno sono diretti in Kazakistan o a Shanghai, via treno o via aereo. Tutte merci facilmente fruibili grazie ad un click.

Questo sottolinea come il settore dell’agroalimentare sia una realtà da approfondire e che può portare anche a diverse collaborazioni nel campo della tecnologia e sviluppo nei settori dell’ortofrutta, come scambio di know-how sulle tecniche di irrigazione, e degli animali da allevamento.  

Voce importante è anche il turismo. Visitare la regione è un vero tuffo nella storia della Cina e di un passato magico che riafferma alla Via della Seta di Marco Polo, alle basi commerciali di Samarcanda o Kasghar. Essendo una delle regioni più estese della Repubblica Popolare, il turismo naturalistico e paesaggistico richiama ogni anno milioni di turisti, in particolare modo dalla Russia, Germania e ovviamente dalla Cina stessa.

Come tutte le terre di confine, il Xinjiang presenta allo stesso modo problematiche ed opportunità. Pechino ha grandi piani per una regione sconosciuta ai più in occidente. Perché è fondamentale quindi conoscere questa realtà?

Prima di tutto per comprendere meglio la reale cifra del progetto economico della Belt and Road Iniziative. Inoltre imprenditori russi, francesi e tedeschi hanno già cominciato a sondare il terreno per cercare di creare anche una collaborazione transfrontaliera con le realtà locali sul posto. Il programma economico su questa regione è infatti ampio e a 360 gradi e coinvolge infrastrutture e settori come quello minerario e degli idrocarburi.

L’Italia con il suo know-how e bagaglio di conoscenze, potrebbe avere una voce in capitolo fondamentale a riguardo. Inoltre i più grandi esploratori e uomini di scienza che hanno permesso il dialogo tra oriente ed occidente, sono stati proprio italiani.

Matteo Ricci, Marco Polo, Castiglione sono stati alfieri della comprensione del Paese di Mezzo. In qualche modo questa vicinanza culturale ci permetterebbe di essere una delle prime grandi economie occidentali a varcare “la porta della Cina” e scoprire la “nuova frontiera”.

 

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