fbpx

Roma pronta a firmare il memorandum sulla Via della Seta cinese?

08/03/2019

Via della Seta, in caso di adesione l’Italia sarebbe il primo Paese G7  a porre la firma. Critici Casa Bianca ed UE, tante le questioni sospese. Ma Roma cosa ci guadagnerebbe?

 

In un mondo sempre più polarizzato, l’Italia rientra improvvisamente nel mezzo dello scacchiere internazionale come pedina centrale. La notizia ha fatto il giro del mondo: la probabile, se non addirittura imminente, adesione dell’Italia al maxi progetto infrastrutturale della Belt and Road Initiative (BRI). Se la firma avvenisse, Roma sarebbe ufficialmente il primo Paese del G7 ad entrare nel fiore all’occhiello del piano economico del Dragone. 

Tanto si è parlato nella stampa nazionale, anche erroneamente, della BRI, ma nel concreto di cosa si tratta? E’ de facto il piano economico ideato dal Presidente cinese Xi Jinping diviso in cinque corridoi commerciali ed uno marittimo, capaci di connettere la Repubblica Popolare con il Vecchio Continente, ma che leggeranno l’Europa anche ai nuovi mercati emergenti del Sud-Est asiatico, del Medio Oriente e dell’Africa. 

 

Un paese fondatore dell’Unione Europea ed una dei paesi più industrializzati al mondo dice si alla BRI di Pechino: l’adesione italiana sarebbe per la Cina un’abile mossa di marketing

 

Un progetto sicuramente ambizioso grazie al quale Pechino si candida ad alfiere di una nuova globalizzazione a trazione cinese. Nei giorni scorsi il sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico Michele Geraci, attraverso le pagine del Financial Times, ha rivelato che la firma tra Roma e Pechino di un memorandum di intesa circa la BRI è in dirittura d’arrivo. 

A stretto giro immediata la risposta degli Stati Uniti attraverso le parole di  Garret Marquis, portavoce del National Security Council, organo della Casa Bianca che si occupa di minacce strategiche, che ha sottolineato lo scetticismo di Washington sul “sul fatto che l’appoggio del governo italiano possa portare a benefici economici duraturi al popolo italiano, e potrebbe finire per danneggiare la reputazione globale dell’Italia nel lungo periodo”.

Tuttavia ieri sul Sole 24 Ore lo stesso Geraci ha fatto sapere che “non siamo ancora a un punto definitivo”, ma che al contrario la partnership con Pechino sarebbe solo “un accordo cornice, ovvero solo l’indicazione di alcuni settori strategici in cui favorire investimenti congiunti e accelerare l’acquisizione di commesse da parte delle imprese italiane. Si lavora su infrastrutture, trasporti e autostrade, commercio, industria, green economy. Ma resterà ai privati la scelta di partecipare o meno, se lo faranno avranno garanzie in termini di protezione da eventuali dispute e problematiche regolamentari”.

 

Ad oggi, nessun porto del Mediterraneo è tra i 10 hub marittimi più trafficati al mondo. L’adesione alla BRI riporterebbe l’Italia al centro del commercio internazionale.

 

Inoltre, fonti del Corriere della Sera portavano a galla le pressioni esercitate dagli Usa sul presidente del Consiglio Giuseppe Conte e sul sottosegretario di Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti affinché l’Italia non dia seguito al suo proposito di essere il primo paese del gruppo dei Grandi a partecipare alla BRI e non approfitti in particolare della visita nel nostro paese del presidente Xi, programmata per i prossimi 22 e 23 marzo, per apporre la fatidica firma.

Parole che hanno indignato più Pechino che la diplomazia italiana stessa, tanto che il portavoce del Ministero egli Esteri cinese, Lu Kang, nel corso di una conferenza stampa ha sottolineato come l’Italia “sia un grande Paese e una grande economia e sa dov’è il suo interesse e può fare politiche indipendenti”, ha detto, senza confermare direttamente i negoziati in corso tra Pechino e Roma. Di stessa natura anche il recente editoriale comparso sul Global Times, dove il giornale nazionalistico cinese, chiede all’Europa “di smetterla con questa sudditanza americana”.

 

Sono oramai anni che il Dragone bussa alle porte dell’Italia, un Paese al centro del Mediterraneo, ideale dunque per il collegamento tra le rotte marittime provenienti  dall’Asia e poi dirette verso l’Europa centrale e la Germania.

 

Sicuramente la BRI non solo è un progetto di promozione infrastrutturale marittima e terrestre, ma ha altresì un chiaro sottotono geopolitico, che punta sulla valorizzazione del marchio Cina e sull’espansione dell’influenza cinese nel mondo, con particolare riguardo ai paesi toccati da queste rotte marittime e terrestri. E quando parliamo di Via della Seta, l’Italia gode ancora di un certo “romanticismo”. Da Venezia partì Marco Polo e nella propaganda di Pechino il nome del commerciante veneziano è onnipresente ed alto è il potenziale del Bel Paese.

Sono oramai anni che il Dragone bussa alle porte dell’Italia. Storicamente la penisola si configura dal punto di vista geografico come un paese privilegiato, nel centro del Mediterraneo, ideale dunque per il collegamento tra le rotte marittime provenienti dall’Oceano Indiano via canale di Suez e poi dirette verso l’Europa centrale e la Germania. 

 

Cresce l’attesa per l’arrivo di Xi Jinping a Roma. Il presidente cinese, probabilmente, sarà in visita a Roma il 22 e 23 marzo prossimi.

 

Ma allo stato attuale i porti spagnoli di Bilbao e Valencia a ovest, del Pireo a est hanno sostituito l’iniziale hub strategico dei porti italiani nel mediterraneo. Non solo, sempre in Grecia, Pechino sta costruendo la “land-sea express route”, una ferrovia che collegherà il Pireo con l’intera penisola Balcanica. Tuttavia la firma del Memorandum – se mai avverrà – sarà ancora in tempo per rilanciare i nostri hub marittimi.

Non solo Trieste, ma anche Genova, così come altri porti secondari potrebbero diventare dei perni del collegamento marittimo e ferroviario dalla Cina all’Europa. C’è tuttavia un secondo dossier da prendere in considerazione quando parliamo di BRI: ovvero una “via della seta digitale”, che è sicuramente il nodo strategico che più interessa ala NATO e Stati Uniti. 

 

Perché, concretamente, gli Stati Uniti vogliono che Roma si tenga alla larga dalla BRI e dalla Cina più in generale? Paradossalmente stiamo assistendo ad un déjà vu.

 

La Cina non è più la “fabbrica del mondo”. E’ sicuramente una realtà industriale matura con il quale dialogare, leader nella ricerca e nell’hi-tech. La Cina non solo esporta e costruisce via commerciali, ma porta con se anche cavi internet e data center, fondamentali per far provenire l’industria 4.0. Allo stato attuale Washington è indietro nella ricerca della tecnologia 5G così come in alcuni settori.  Questo crea però una tensione forte tra Italia e Usa, perché la Casa Bianca teme che la Cina usi l’Italia come base di spionaggio.

Perché, concretamente, gli Stati Uniti vogliono che Roma si tenga alla larga dalla BRI e dalla Cina più in generale? Paradossalmente stiamo assistendo ad un déjà vu, allorquando la penisola italiana era contesa tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Non dimentichiamo che proprio in Italia la NATO ha, ad Aviano, una delle basi più grandi nel Vecchio Continente, fermo restando che ad oggi, gli Stati Uniti vedono nella Cina la minaccia numero uno al loro primato mondiale.

Vedono nella tecnologia cinese nel campo di internet un rivale pericoloso, capace di penetrare anche i segreti stessi americani. Quindi, se, come già sta avvenendo, Huawei apre dei centri di raccolta dati e internet in Italia, questo crea un malumore negli Stati Uniti.

 

Huawei è una minaccia? Al centro delle cronache recenti, Washington lancia il monito agli alleati di diffidare dell’azienda di Shenzhen, con scarsi risultati.

 

Washington ritiene le  “backdoor” che Huawei piazzerebbe nella rete, costituirebbero una sorta cavallo di Troia con cui il regime cinese penetrerebbe nei nostri network. Fatto sta che non solo non le ha viste nessuno, ma gli stessi britannici, dunque un alleato storico e privilegiato degli Usa, hanno notato l’innocuità delle tecnologie di Huawei. Come al solito gli Usa lanciano l’allarme Huawei, ma non esibiscono le prove: non c’è la pistola fumante di un coinvolgimento dell’azienda di Shenzhen nello spionaggio di Pechino.

Ma quali minacce specifiche pone la Via della Seta al nostro Paese? Nessuna in particolare. Anzi, l’adesione italiana sarebbe per la Cina un’abile mossa di marketing geopolitico. Un paese fondatore dell’Unione Europea ed una dei paesi più industrializzati al mondo dice si alla BRI di Pechino.

 

La Cina sa perfettamente che l’Italia è una realtà economica troppo grande, se confrontata con le altre realtà che hanno aderito alla BRI. Inoltre Roma non lascerà che realtà straniere intervengano all’interno della sua industria nazionale d’eccellenza.

 

Per la verità, nonostante la stessa Unione Europea nutri dubbi sulla bontà della Belt and Road Initiative, alcuni paesi europei non secondari, come la Germania o l’Inghilterra, sono già in stretti rapporti commerciali con Pechino, anche e soprattutto in campo tecnologico con la Cina.

 

Inaugurato il primo treno Zhengzhou-Vallonia. Il Belgio si prepara a diventare il principale hub logistico per le merci cinesi in Europa.

 

Che la retorica e la sostanza in questo caso non coincidano? In parte si, dove il classico atteggiamento ondivago italiano indispettisce sicuramente Washington, ma fa stare sulle spine anche la leadership cinese. Va tuttavia sottolineato che, anche se in via ufficiosa, già altri paesi sono entrati a gamba tesa nella BRI.

Tokyo è pronta a supportare con investimenti il piano infrastrutturale cinese nel centro Asia. Forte del recente abbattimento dei dazi doganali con l’Unione Europea, il Giappone spera di utilizzare proprio le nuove vie commerciali ferroviarie per portare i suoi prodotti nel cuore dell’Europa. Il Belgio, nella Vallonia, sta costruendo un hub logistico aereo e ferroviario direttamente collegato con il cuore produttivo cinese. Ed anche la Francia si sta muovendo su questa direzione. La palla passa ora alla diplomazia italiana, nuovamente al centro dello scacchiere internazionale in un mondo sempre più polarizzato

TI POTREBBE INTERESSARE

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *