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Si apre la corsa per la poltrona di Governatore della Banca Popolare Cinese?

31/10/2017

ll grande “burattinaio” dell’economia cinese andrà in pensione?

 

È con questo epiteto che Zhou Xiaochuan, Governatore della Banca centrale cinese, è conosciuto negli Stati Uniti. Nonostante il nomignolo molti sono gli estimatori di questo banchiere dalle solide spalle che ha portato avanti, non curante delle correnti politiche del Partito, la sua missione di modernizzare il sistema monetario e finanziario della Cina. Sicuramente una delle persone più “longeve” nel panorama politico della Repubblica Popolare. Capo indiscusso della PBC, Banca Popolare Cinese, sin dal 2002, Zhou dopo ben quindici anni è ancora in carica. È sopravvissuto a terremoti politici comprendendo abilmente  in anticipo da dove soffiasse il vento. Molto vicino all’ex Premier Wen Jiabao è stato amico fraterno di Zhao Ziyang, grande riformatore passato, però, alla ribalta per essere stato una voce potente all’interno del PCC a favore degli studenti durante i torbidi giorni di Tian An Men. Zhou Xiaochuan, anche appoggiato da Jiang Zemin del quale fu mentore economico, scalò rapidamente i vertici della Bank of China e China Construction Bank;  il primo il principale istituto di credito del Paese, il secondo, il “forziere” del Partito. Nel 2002 la convocazione a Governatore della Banca Centrale Cinese, divenendo in pochi anni uno degli uomini più potenti della Cina. Nonostante Zhou appartenga apertamente alla cosiddetta “cricca di Shanghai” e benché si sia dichiarato sempre a favore di un’economia riformata e di mercato, lo stesso Xi Jinping definì il governatore come “una delle più importanti risorse dello Stato”, un encomio pubblico che molti esperti hanno definito inusuale. A Zhou Xiaochuan si devono indubbiamente molti successi della politica economica cinese. Carismatico e capace, già nel 2007 alle prime avvisaglie di crisi economica cominciò a lavorare su un nuovo sistema monetario basato sui diritti speciali di prelievo invece che sul dollaro. Inoltre “The Governator”, come chiamato dal WSJ, ha saputo rispondere prontamente alle sfide più delicate. E’ stato lui a disinnescare e a richiamare l’attenzione della politica sulla bolla immobiliare e del mercato del credito parallelo. A riguardo, sfidando i rigidi dogmi del Partito, ha attuato in totale autonomia misure audaci aprendo anche alle banche private. Un riformatore che ha portato avanti la liberalizzazione del mercato dei tassi e una forma di controllo sullo shadow banking. È, inoltre, tra gli artefici del programma di investimento in titoli pubblici statunitensi di cui la Cina è prima detentrice al mondo, contribuendo a finanziare il disavanzo stelle e strisce e le stesse esportazioni cinesi.

 

“Non c’è un singolo Paese che persegue un’economia di mercato con un ferreo controllo dei tassi di cambio”

 

Schietto, ma sempre con il sorriso, a conclusione del 19° Congresso del PCC è arrivato anche il commento del Governatore Centrale.  Nonostante Zhou Xiaochuan abbia garantito che la Cina ha tutte le forze per continuare questa crescita positiva, il numero uno della Banca Centrale ha messo in guardia da un  un eccessivo ottimismo che potrebbe portare al “momento di Minsky”, ovvero all’improvviso collasso del valore degli asset al termine di un ciclo economico di prosperità, scatenato da livelli troppo alti di speculazione. Da non dimenticare  che Il debito pubblico cinese è stato oggetto di due revisioni al ribasso da parte delle agenzie di rating Moody’s e Standard & Poor’s. Dati del Fondo Monetario Internazionale stimano che oramai è pari al 234% del PIL del Dragone. Tuttavia i risultati non sembrano turbare la leadership cinese e molti all’Istituto guidato da Christine Lagarde ritengono che la maggiore “sobrietà” dell’economia cinese sia anche per contenere il mostruoso debito pubblico.

Di recente il governatore ha dichiarato che “presto si saprà del mio futuro”. Forse in odore di pensionamento, anche per i suoi 69 anni d’età,  Zhou si è lanciato contro l’ultima sfida personale, ritirando fuori lo spirito riformatore di quando assunse le redini della Banca Centrale. Nonostante la sua politica economica abbia traghettato Pechino fuori dalle tempestose acque della crisi internazionale, Zhou ha nuovamente chiesto un’apertura finanziaria tuonando che “non c’è un singolo Paese che persegue un’economia di mercato con un ferreo controllo dei tassi di cambio”. Intervistato poi da Caijing ha ribadito che “definire una finestra temporale entro la quale attuare queste riforme strutturali è importante, altrimenti, se posticipate di troppo, i costi saranno elevati”. Un lampo a ciel sereno o una funesta previsione? In realtà a Zhongnanhai, quando si parla di “contraddizioni interne” non ci si riferisce solamente al divario tra città interne e costiere, ma anche a quelle difficoltà strutturali che prima o poi dovranno essere affrontate. Xi Jinping, nonostante imponga una politica più parsimoniosa, non fatta di sprechi, ma di investimenti strategici e mirati, è conscio che la Cina è ad un punto di non ritorno. Dopo oltre quattro decadi di continua apertura e di globalizzazione c’è bisogno di un maggiore approfondimento delle riforme per completare quel percorso di liberalizzazione che l’intera comunità internazionale chiede alla seconda economia del mondo. Lo zelo e le parole di Zhou rispecchiano la storia personale dell’uomo. Tuttavia, ciò “non indica necessariamente che un cambiamento avverrà nell’immediato”, dice Tom Orlik, economista di Bloomberg a Pechino. “Questo riflette la lunga visione di Zhou e una politica che sta perseguendo per tutta la sua carriera, non un segnale che la riforma sta per accelerare o cambiare direzione”, ha scritto Orlik in una nota. Le parole del governatore sono sicuramente da intendere come una richiesta di spinta verso in avanti. Con la poltrona dell’economia cinese che presto sarà vagante, come risponderà Xi Jinping?

 

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