Tokyo e Pechino mai così vicine nel segno della globalizzazione

29/10/2018

Dal legame personale tra i numeri uno di Alibaba e Softbank, alla partecipazione di Tokyo alla Nuova via della Seta di Pechino, Shinzo Abe vola in Cina per saldare  i rapporti bilaterali tra le prime economie dell’estremo oriente e firmare progetti di investimento comuni

 

Pechino e Tokyo, rispettivamente la seconda e terza economia del pianeta sembrano essere più vicine che mai. Non che l’ascia di guerra sulle isole contese (Senkaku in giapponese e Diaoyu in cinese) sia stata appianata definitivamente, ma la recente visita del premier nipponico Abe in Cina, va sicuramente in questa direzione.

Nonostante esistano ancora “contraddizioni storiche” – per usare un linguaggio caro ai mandarini di Pechino –  le due sponde dell’estremo oriente parlano una lingua comune e franca, che mette sempre a tacere ogni contendente: quella degli affari.

Perché si sa, la politica è un conto, ma il portafogli è un’altro. Ed i confuciani cinesi, quanto gli zen nipponici, hanno nel dna quella concretezza tutta asiatica, che permette loro di superare ogni ostacolo. Ed in particolare lo sa bene Shinzo Abe che, impegnato nel cercare una riconferma alle prossime elezioni, nel suo viaggio ufficiale appena conclusosi a Pechino ha portato con sé una folta delegazione di imprenditori . Il dialogo economico tra i due paesi non è cosa nuova, ma gli investimenti da ambo le parti sono progressivamente aumentati nell’ultimo decennio.

 

La Cina 2.0 ha bisogno di know-how ed investimenti mentre il Paese del Sol Levante vuole sfruttare capitali e progetti cinesi per far rilanciare la sua economia e proiettarsi all’estero.

 

Della stretta collaborazione tra i due paesi è tangibile appena atterrati a Tokyo. Nella centralissima Shibuya o nello snodo di Shinjuku, il cartello al di fuori dei negozi con scritto “Alipay” o “WeChat Pay” è oramai la norma, persino sul Monte Fuji i turisti della Repubblica Popolare possono scannerizzare i loro QR code.

Nella lussuosa via di Omotesando, tutti i negozi hanno almeno un parlante cinese nello staff. Non solo, il mandarino, senza contare la comunità cinese di Yokohama, è la seconda lingua più parlata a Tokyo. Questo perché ormai sono migliaia i turisti, uomini d’affari e studenti, che scelgono il Giappone come loro meta. E in futuro, come ha di recente deciso la Dieta di Tokyo, per i turisti cinesi sarà più semplice ottenere un visto turistico.

 

©Cifnews雨果网, Bic Camera mall a Tokyo, Shinjuku, uno dei primi centri commerciali in Giappone ad aver abilitato il pagamento con Alipay

 

Gli abitanti del Dragone amano la moda garbata nipponica, ma ciò che per cui tutti aspirano, senza distinzione tra uomini e donne,  è la qualità dei prodotti giapponesi nel settore beauty e cura per il corpo. Se le ragazze cinesi sono intransigenti dall’avere una pelle bianca, questo è niente rispetto l’ossessione delle loro colleghe nipponiche.

Nel tempo, così come in Cina, si è andata a costruire una vera scuola e cultura di prodotti cosmetici, che oggigiorno rappresentano un’eccellenza mondiale.  Che siano shampoo, creme per il viso o semplici dentifrici, tutto ciò che è “Made in Japan” viene subito acquistato dai buyer cinesi, per la felicità delle aziende produttrici.

Ma anche i giapponesi, stanno nutrendo una piacevole riscoperta nei confronti del Celeste Impero. Nella città di Shanghai, la comunità nipponica è la comunità straniera più numerosa allo stato attuale. Sempre nel polo finanziario della Repubblica Popolare, i principali mall aperti sulla centralissima Nanjing Lu, sono tutti di proprietà di grandi conglomerati industriali giapponesi operanti nel settore.

 

©Cifnews雨果网, Isetan store, Shanghai. La nota catena du luxury mall Isetan è stato uno dei primi dei grandi ratailer giapponesi ad aprire nel Dragone

 

Non solo, in tutto il Giappone vi è una vera “chinese kitchen” mania. Mapo doufu – un piatto a base di tofu e peperoncino del Sichuan – e gli immancabili jiaozi – ravioli – alla piastra, sono un must per ogni giapponese, mentre a livello universitario la Beijing Yuyan University,北京语言大学, ha aperto nella capitale nipponica una sua succursale.

A sorprendere è che molti giapponesi apprezzano addirittura anche il modo di vivere cinese, più tranquillo sotto alcuni punti di vista, assai meno rigido e stacanovista di quello nel Paese del Sol levante.

Da un recente sondaggio condotto dalla Tokyo University, è emerso che oltre il 30% delle donne che si sono recate in Cina per studio, hanno espresso la loro volontà di lavorare nel Paese di Mezzo perché, si legge, “è una società meno maschilista rispetto a quella giapponese”.

 

Nota è l’amicizia tra Jack Ma e Masayoshi Son, entrambi guidano i due principali imperi economici presenti sul continente asiatico. Un dialogo imprenditoriale che ha rafforzato e portato ad un nuovo livello le relazioni bilaterali tra Tokyo e Pechino.

 

Nonostante a Pechino non lo si voglia ammettere, il Giappone viene ancora visto come un modello di sviluppo cui prendere spunto. L’impeccabilità nella pulizia delle strade, l’efficienza dei trasporti, una quasi totale assenza di inquinamento sono fattori di quel progresso cui la Cina auspica. Storico rimane il viaggio di Deng Xiaoping a Tokyo oltre 30 anni fa. Una missione per cercare i capitali necessari per lanciare la “Politica della Porta aperta”, ma adesso la situazione è mutata.

Come ha dichiarato lo stesso Abe alla Dieta nipponica alla vigilia del vertice nella capitale cinese “oramai i tempi sono cambiati, non c’è più il bisogno di continuare con il piano di ‘aiuto pubblico allo sviluppo’ in Cina, dal momento che la stessa struttura economica cinese è cambiata”.

Ciò che il premer fa riferimento è all’enorme ammontare di investimenti – circa 23 miliardi di euro – che Tokyo ha direttamente versato in progetti di infrastrutture in Cina in quasi 30 anni. Non solo a Shanghai, ma anche passeggiando per le strade di Pechino, molte aree della capitale, tra cui il Capital Airport ed addirittura due linee della metro, sono stati direttamente finanziati dal Sol Levante.

 

Tuttavia Tokyo ha bisogno della Cina per far rilanciare la sua economia. Lo stesso Abe infatti chiama all’attenzione di portare avanti “dei progetti in comune”, in primo luogo la partecipazione alla “Nuova via della Seta” per far fronte ad un ostacolo comune: il protezionismo americano.

 

Con 300 miliardi di dollari di interscambio commerciale solo nel 2017, la Cina è il primo partner commerciale in assoluto di Tokyo. All’annuncio del progetto della Nuova Via della Seta di Xi Jinping, il Premier Shinzo Abe ha dato immediatamente la sua adesione. Nei piani di Abe, infatti, la BRI può essere un forte lancio per l’economia del Sol Levante, sia in termini di commercio che di investimenti.

Il potenziamento dei porti cinesi, permetterà alle grandi industrie automobilistiche giapponesi, di stoccare più prodotti. La Cina è infatti un importante mercato automobilistico per il Giappone che soffre attualmente la forte concorrenza di Volkswagen.

Un maggiore dialogo con il Paese di Mezzo, permetterebbe a marchi quali Lexus, Infinity o Honda, meno cari rispetto ai competitori europei ma di uguale qualità, di arrivare ai nuovi cluster economici del paese.

 

©Cifnews雨果网, porto di Qingdao, Shandong, uno degli hub marittimi più importanti della Repubblica Popolare

 

Non solo, la BRI si tradurrebbe anche in un abbattimento dei costi e tempi di spedizione delle merci giapponesi verso il Vecchio Continente. Non più via aereo o via mare, ma via rotaia, una volta stoccate nei porti. Inoltre il potente piano infrastrutturale cinese ha anche bisogno di know-how e conoscenze. Tokyo, che ha fatto dell’eccellenza dei trasporti il suo marchio di fabbrica, potrebbe giocare un ruolo importante. Senza contare che Pechino e Tokyo porteranno avanti piani infrastrutturali insieme in paesi terzi come sud-Est asiatico e Africa.

Nonostante le critiche alle rispettive aperture da parte delle aree più nazionaliste ed intransigenti non mancano da ambo le sponde, Tokyo e Pechino sembrano unite da un avversario comune: il protezionismo di Washington.

Se la linea di Pechino è chiara sul tema, più ambigua è quella portata avanti dal Giappone. I funzionari di Abe temono che la scure dei dazi della Casa Bianca, come annunciato, si possa abbattere anche sui brand automobilistici del Sol Levante. Non solo, è cosa nota che lo stralcio di Trump del già firmato  Trans-Pacific Partnership (TPP), non sia piaciuto nelle sale dei bottoni a Tokyo.

Se a questo aggiungiamo che negli ultimi anni in tutto il Paese del Sol Levante si siano ravvivati alcuni sentimenti anti-americani – in ultimo la ferma volontà del neo governatore di Okinawa, di non ampliare la già enorme base americana in loco – il dialogo amichevole tra il Dragone e il Paese dei Crisantemi non deve sorprendere.

 

Proprio in quest’ultima direzione sembra essere nata l’idea dello stesso Shinzo Abe di creare una “via della seta giapponese” che possa collegare l’arcipelago nipponico con i suoi partner strategici nel centro Asia ed Europa.

 

Il dialogo tra Giappone e Cina è destinato ad approfondire perché è nella natura delle cose. Ci sono in parte ragioni storiche. Il Sol Levante è considerato uno dei paesi dell’area “sinocentrica”, ovvero di influenza culturale della Cina. La scrittura dei kanji così come il buddismo, per fare un esempio, arrivarono qui tramite la Corea e nel tempo hanno dato vita alla cultura giapponese che noi conosciamo. Senza contare che in epoca moderna molti leader della nuova Cina hanno studiato proprio in Giappone.

Questo i cinesi lo sanno. In qualche modo, nonostante le controversie storiche, sentono che vi sia una sorta di filo rosso che lega questi due giganti economici. Degli ottimi rapporti raggiunti ne ha menzionato anche il ministero degli Esteri cinese nel suo annuale rapporto sulla politica estera della Repubblica Popolare, tant’è che la visita di Wang Yi, capo della diplomazia di Pechino, a Tokyo è stata il punto di partenza per l’incontro tra Abe e Xi.

Dopo undici anni, questa è stata la prima volta che un premier giapponese si è recato a Pechino. Questo perché nonostante le profonde differenze, la lingua degli affari è internazionale. Che dalla concretezza ed oggettività asiatica, ci sia una lezione da imparare anche per noi?

 

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