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Vendite a doppia cifra per l’arredamento “Made in Italy” in Cina. Grande attesa a Shanghai per il Salone del Mobile

27/05/2020

Riparte il mobile italiano da Shanghai. Calligaris inaugura una filiale in Cina mentre Natuzzi presenta una collezione nel cuore economico del Dragone

Volano le vendite dell’arredamento marchio “Made in Italy” in Cina. Per citare un dato, Calligaris, una delle aziende leader nel settore del design  che controlla oltre all’omonimo brand anche Connubia, Ditre e Luceplan, ha segnato un +20% di vendite. Calligaris, che ha chiuso il 2019 superando 162 milioni di euro di fatturato, ha aperto proprio in questi giorni un nuovo store a Guangzhou che va a sommarsi agli altri cinque inaugurati in Cina l’anno scorso. Una buona notizia per comparto anch’esso segnato dalla pandemia. 

Nonostante la brusca battuta di arresto dei consumi, la Cina sta rioconfermando il ruolo di traino della produzione dell’arredo Made in Italy. L’Italia è storicamente il primo fornitore di arredamento in Cina e l’intero mercato del Dragone vale ad oggi 27,7 miliardi e sale a  42,5 se si include tutta la filiera legno-arredo. Dati alla mano, l’intero lingotto delle esportazioni oltre muraglia in questo settore ammonta a  440 milioni di euro. 

Ed ora i riflettori sono tutti puntati sul Salone del Mobile di Milano. Nonostante la città meneghina abbia deciso di posticipare l’edizione italiana, conferma per ora la data di Shanghai (25/27 novembre). Importanti i numeri. Nella scorsa edizione l’evento aveva radunato 127 espositori, tra cui 25 nuovi brand, e 20mila presenze.

Calligaris inaugura una filiale in Cina.

«Il Salone del mobile di Milano è l’orologio che regola il calendario dell’arredo: ad aprile presentiamo le novità, fra maggio e giugno sigliamo gli accordi commerciali e poi durante l’estate lavoriamo sulle produzioni per portarle negli store a ottobre. 

Shanghai è da sempre il cuore economico e porto aperto alle novità in fatto di design della Cina. Non è quindi una sorpresa che Natuzzi presenterà per la prima volta in assoluto una nuova collezione nel suo store di Shanghai con un evento programmato per il prossimo giugno. Il brand pugliese nel 2019 ha fatturato 387 milioni di euro, ma nonostante sia presente in 123 paesi, oltre il 25% delle entrate sono arrivate proprio dalla Cina.

Durante i mesi del lockdown europeo, infatti, sono continuate ad arrivare richieste dalla Cina di prodotti d’arredo made in Italy: “Poterle soddisfare è stata una bella sfida, ma anche un traino che ci ha permesso di continuare ad andare avanti. Proprio con l’obiettivo di non interrompere il flusso con il mercato asiatico, il prefetto di Bari ci ha consentito di riaprire l’area ricerca & sviluppo così come quella produttiva già due settimane prima del 4 maggio”, ha dichiarato concluso Pasquale Natuzzi jr. a Class Editori.

Store di Natuzzi a Shanghai. Il 25% del fatturato del marchio viene dal Dragone.

Tuttavia, nonostante Calligaris e Natuzzi siano i campioni italiani del settore arredo, è l’intera manifattura “Made in Italy” a procedere spedita. Anche Italian design brands, holding da 150 milioni nel 2019 e che raduna sotto la propria ala sette aziende, Gervasoni, Meridiani, Cenacchi  international, Davide Groppi, Saba Italia, Modar e Flexalighting, già da alcuni anni presidia il mercato cinese come gruppo con una filiale vicino a Shanghai che ha aperto ufficialmente i battenti alla fine del 2019.

Come spiegare questo successo? In primo luogo l’aver compreso l’unicità del mercato cinese con la presenza esclusiva di negozi monomarca. I cinesi di oggi sono aperti alle novità, sposano in modo uno stile moderno e il design senza contare l’alto tasso di digitalizzazione. In secondo luogo i marchi nostrani hanno realizzato prima dei competitor del cambiamento dei gusti del pubblico nel periodo immediatamente successivo al lockdown. Al termine della quarantena il pubblico cinese ha cercato la valorizzazione dell’ambiente-casa. Ecco che alcuni progetti per il mercato cinese che erano in programma sono stati totalmente rivoluzionati. Le esigenze, infatti, sono già cambiate e il “Made in Italy” sembra averlo compreso pienamente.

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