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Via della Seta: L’Italia riscopre improvvisamente la Cina

22/03/2019

Arrivato Xi Jinping, ma dove va l’Italia? Geraci: “Roma non più fanalino di coda del commercio con la Cina”. Via della Seta opportunità per il ‘Made in Italy’

 

Da dieci anni a questa parte, mai si è parlato così tanto di Cina come negli ultimi giorni. Nello tsunami mediatico che ha accompagnato l’attesa dell’arrivo di Xi Jinping a Roma, e la relativa firma di Palazzo Chigi al Memorandum of Understanding sulla nuova Via della Seta (Belt and Road InitiativeBRI), l’opinione pubblica nazionale sembra aver riscoperto finalmente uno dei protagonisti della comunità internazionale: la Cina.

Tanto si è detto, ed anche erroneamente, ma almeno un Paese oggi centrale sia da un punto di vista economico quanto geopolitico è tornato sulla bocca di tutti. Nello specifico, si è finalmente cominciato a parlare seriamente di relazioni bilaterali, commercio e sviluppo.

 

123.rf. Una Roma blindata ha accolto il Presidente cinese Xi Jinping. Attesa per la firma del Memorandum a Palazzo Barberini

 

Secondo alcuni il Memorandum che l’esecutivo firmerà sarà un cavallo di Troia e l’Italia sarà preda dei capitali cinesi. In realtà il Bel Paese ha già cominciato a svalutare alcuni dei suoi gioielli dell’industria da qualche anno. Se non altro il vento cinese che soffia da Oriente potrà dare nuove opportunità ad un tessuto industriale incapace di rispondere alle sfide di domani. Per non parlare di trovare una certa unità per affrontare uniti un mercato complesso come quello del Dragone.

 

Come sottoscritto da più parti il Memorandum non porterà alcun impegno legale, ma tutti ne trarranno vantaggio.

 

Quali minacce specifiche pone la Via della Seta al nostro Paese? Nessuna in particolare. Anzi, l’adesione italiana alla BRI – o quantomeno anche la firma del tanto contestato MoU su questioni inerenti la BRI – sarebbe per la Cina un’abile mossa di marketing geopolitico. Un paese fondatore dell’Unione Europea ed una dei paesi più industrializzati al mondo dice apertamente sì alla Via della Seta di Pechino.

Dall’altra anche all’Italia potrà finalmente uscire nell’inerzia diplomatico-commerciale dove è rimasta impantanata negli ultimi 10 anni. Un processo iniziato ad onor del vero con i governi Renzi e Gentiloni. La Cina sa perfettamente che l’Italia è una realtà economica troppo grande, se confrontata con le altre realtà che hanno aderito alla BRI. Inoltre Roma non lascerà che realtà straniere intervengano all’interno della sua industria nazionale d’eccellenza ed è anche giunto che l’Italia cominci a colmare il gap commerciale con altri competitor europei.

 

123.rf. Dopo un colloquio ed incontro di due ore nella mattinata con il Presidente Mattarella, Xi Jinping si dirigerà alla firma del MoU.

 

 

Tuttavia è proprio la discesa in campo di Roma ad aver allarmato l’Unione Europea, la quale, sventolando la bandiera della sicurezza, nutre dubbi sulla bontà della Belt and Road Initiative. Ma alcuni dei paesi europei non secondari, come Francia, Spagna, Germania o l’Inghilterra, sono già in stretti rapporti commerciali con Pechino. Perché Berlino può avere una bilancia commerciale con la Cina di oltre 80 miliardi di euro, mentre l’Italia assai meno?  

Anche il “problema sicurezza” sembra essere un argomento facilmente confutabile. La Germania, che in sede unitaria avverte Roma circa la firma del MoU, non solo in termini commerciali ha una linea diretta ferroviaria che la collega con il Dragone, ma la Cancelliera Merkel ha rispedito poco gentilmente l’invito della Casa Bianca di estromettere Huawei nella gara per la realizzazione di una rete 5G nel Paese.

 

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©123rf. Ad oggi, nessun porto del Mediterraneo è tra i 10 hub marittimi più trafficati al mondo. L’adesione alla BRI riporterebbe l’Italia al centro del commercio internazionale.

 

Non solo. Alleati storici come Israele e Giordania, hanno dato il via libera ad una integrazione delle loro economie alla BRI, mentre anche Tokyo è pronta a supportare con investimenti il piano infrastrutturale cinese nel centro Asia. Forte del recente abbattimento dei dazi doganali con l’Unione Europea, il Giappone spera di utilizzare proprio le nuove vie commerciali ferroviarie per portare i suoi prodotti nel cuore dell’Europa. Il Belgio, nella Vallonia, sta costruendo un hub logistico aereo e ferroviario direttamente collegato con il cuore produttivo cinese.

 

Perché l’Italia non potrebbe muoversi su questa direzione? Che la concorrenza del “Made in Italy” sia il vero contenzioso? Facile scadere nelle congetture, ma in larga parte sembrerebbe così.

 

E’ ovvio che se domani i consumatori cinesi compreranno più vino italiano, la domanda dei competitor francesi, ad esempio, calerà. Ed è proprio in questo ritardo nella tempistica delle relazioni con la Cina che le principali economie europee sono arrivate prima in Cina.

A detta dei cinesi stessi l’economia di Pechino deve ancora perfezionare alcuni cambiamenti strutturali, ma scordiamoci quella Cina “fabbrica del mondo”, atta meramente a copiare know-how straniero. La Cina non è più la “fabbrica del mondo”. E’ sicuramente una realtà industriale matura con il quale dialogare, leader nella ricerca e nell’hi-tech. La Cina non solo esporta e costruisce via commerciali, ma porta con sé anche cavi internet e data center, fondamentali per far provenire l’industria 4.0. Ed è proprio la lunga marcia del tech cinese la scintilla che ha causato la trade war tra Washington e Pechino.

 

Shenzhen, casa di colossi come Huawei o Tencent, è una delle Silicon Valley cinesi

 

Sono oramai anni che il Dragone bussa alle porte dell’Italia, un Paese al centro del Mediterraneo, ideale dunque per il collegamento tra le rotte marittime provenienti dall’Asia e poi dirette verso l’Europa centrale e la Germania.

Sicuramente la BRI non solo è un progetto di promozione infrastrutturale marittima e terrestre, ma ha altresì un chiaro sottotono geopolitico, ma quando parliamo di Via della Seta, l’Italia gode ancora di un certo “romanticismo”. Da Venezia partì Marco Polo e nella propaganda di Pechino il nome del commerciante veneziano è onnipresente ed alto è il potenziale del Bel Paese.

Sono oramai anni che il Dragone bussa alle porte dell’Italia. Storicamente la penisola si configura dal punto di vista geografico come un paese privilegiato, nel centro del Mediterraneo, ideale dunque per il collegamento tra le rotte marittime provenienti dall’Oceano Indiano via canale di Suez e poi dirette verso l’Europa centrale e la Germania.

 

La palla per ora passa a Palazzo Chigi che, forte del sostegno del Quirinale, firmerà il tanto discusso Memorandum di Intesa. C’è tuttavia una variante da non sottovalutare: il classico laissez-faire all’italiana.

 

I cinesi sono noti per la loro pragmaticità e capacità di fare piani di sviluppo a lungo termine. Ovviamente confrontare i due sistemi politici dei rispettivi paesi sarebbe del tutto inutile. Tante le differenze culturali che hanno portato a creare un modo di pensare che non è applicabile nei propri confini nazionali.

Anche paragonare la governance non è auspicabile. Tuttavia l’Italia potrebbe prendere come modello quella volontà della leadership cinese di portare avanti strategie di lungo corso, che guardino ad un futuro lontano e non all’immediato “effetto placebo” per meri fini elettorali. La rinomata concretezza cinese, su questo, è nettamente superiore alle generali o populiste chiacchiere della politica nostrana.

 

©ANSA. Il Presidente Mattarella e il suo appoggio all’accordo con la Cina sono stati fondamentali per l’arrivo di Xi Jinping.

 

Parlare di meno e concretizzare di più la ricetta. Questo ha permesso alla Cina quella rapida e vertiginosa crescita, anche tecnologica, ora sotto gli occhi di tutti. L’Italia deve ancora colmare un gap rispetto ai paesi più sviluppati sotto diversi punti di vista, ma la firma del Mou darà un chiaro segnale che l’Italia, come detto dal Sottosegretario Geraci ai microfoni di Sky Tg24 “non sarà più un fanalino di coda in foto di commercio con la Cina”. 

Questo sarà sicuramente una buona opportunità di crescita per il ‘Made in Italy’ nel Dragone, nonché di un maggiore dialogo bilaterale. Tutti sembrano guadagnarci dalla BRI, perché l’Italia non dovrebbe?

 

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