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Via della Seta: Il Memorandum Cina-Italia in 4 punti

22/03/2019

Domani la firma del Memorandum of Understanding tra Cina ed Italia. Mattarella: “Rivitalizziamo la Via della Seta”. Ombre all’orizzonte soffiano da Bruxelles. Il Memorandum spiegato in 4 punti

 

L’Italia sembra aver riscoperto la Cina. Nello tsunami mediatico che ha accompagnato l’attesa dell’arrivo di Xi Jinping a Roma, e la relativa firma di Palazzo Chigi al Memorandum of Understanding sulla nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative – BRI), l’opinione pubblica nazionale ha rispolverato finalmente il suo interesse per uno dei protagonisti della comunità internazionale: la Cina.

Tuttavia in un mondo sempre più polarizzato, l’Italia è rientrata improvvisamente nel mezzo dello scacchiere internazionale come pedina centrale con un pomo della discordia, quel Memorandum of Understanding fortemente osteggiato dai partner europei, ma difeso in primis dal Quirinale e dall’esecutivo. Quali le opportunità e le contraddizioni? Tante le strade di cooperazione tra cui anche il settore culturale con gemellaggio dei siti Unesco. Nel suo discorso Mattarella ha richiamato ad una digitalizzazione e digitalizzazione della Via della Seta. Il Memorandum spiegato in quattro punti.

 

 

1. Spinta per l’export italiano e l’Europa a trazione franco-tedesca teme i nostri prodotti

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Come sottoscritto da più parti il Memorandum non porterà alcun impegno legale, ma tutti ne trarranno vantaggio. In primis l’Italia che darà slancio al suo export esplorando le collaborazioni anche in settori strategici non tradizionali. Non solo, il Paese potrà finalmente uscire nell’inerzia diplomatico-commerciale dove è rimasta impantanata negli ultimi 10 anni. Un processo iniziato ad onor del vero con i governi Renzi e Gentiloni. Ma è l’attivismo di Roma ad aver allarmato l’Europa.

L’Unione Europea, come nel recente eurosummit a Bruxelles, sventolando la bandiera della sicurezza, nutre dubbi sulla bontà della Belt and Road Initiative. Ma alcuni dei paesi europei non secondari, come Francia, Germania o l’Inghilterra, sono già in stretti rapporti commerciali con Pechino. Dietro al problema sicurezza si cela in realtà il vero timore dei concorrenti europei: la concorrenza del “Made in Italy”. E’ ovvio che se domani i consumatori cinesi compreranno più vino italiano, la domanda dei competitor francesi, ad esempio, calerà. Ed è proprio in questo ritardo nella tempistica delle relazioni con la Cina che le principali economie europee sono arrivate prima in Cina.

Macron in un recente intervento ha ragguagliato Roma con l’allerta che la firma del Memorandum porterà all’isolamento dell’Italia. Invece l’Italia si sta muovendo in direzione opposta. L’intesa siglata oggi è funzionale per lo sviluppo dell’Italia. Il Bel Paese è una potenza manifatturiera che siede al tavolo del G7 e come tale è doveroso che essa faccia affari con la Cina.  Perché Berlino può avere una bilancia commerciale con la Cina di oltre 80 miliardi di euro, mentre l’Italia assai meno? Non è quindi un caso che il vero timore dell’Europa a trazione franco-tedesca sia proprio la discesa in campo del Made in Italy nel mercato cinese. Sarà quindi un caso che lo stesso Macron, immediatamente dopo la visita di Xi Jinping a Parigi ha chiesto alla cancelliera Merkel un bilaterale a due per discutere di “politiche future”?

Anche l’Italia come cavallo di Troia della Cina non è un’affermazione veritiera. Pechino sa perfettamente che l’Italia è una realtà economica troppo grande, se confrontata con le altre realtà che hanno aderito alla BRI. Inoltre Roma non lascerà che realtà straniere intervengano all’interno della sua industria nazionale d’eccellenza ed è anche giunto che l’Italia cominci a colmare il gap commerciale con altri competitor europei.

 

2. Una nuova visione della Cina: non più “fabbrica del mondo”

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Citando Confucio, la Cina “non dimentica dal passato, ma impara dalla storia”. Sui grandi fallimenti e dalle utopie comuniste la Cina ha ritrovato se stessa, un grande monolite politico che da millenni esiste stabile, evolvendosi solo esteriormente, ma mantenendo la sua essenza filosofica confuciana ben esposta. La perenne stabilità politica interna al Paese è la sua arma più grande. La Cina è stata raccontata da molti anche in Italia. Tante le grandi penne che l’hanno voluta narrare, ma con esiti scarsi o pressoché banali. Oggi c’è bisogno di raccontare una Cina nuova: la Cina 2.0.

La Cina che oggi abbiamo accolto a Roma non è più la “fabbrica del mondo”. Una realtà che secondo un recente studio è ancora sconosciuta alla politica nostrana. La Repubblica Popolare è sicuramente un soggetto industriale maturo con il quale dialogare, leader nella ricerca e nell’hi-tech. La Cina non solo esporta e costruisce via commerciali, ma porta con sé anche cavi internet e data center, fondamentali per far progredire l’industria 4.0.

Perché, concretamente, gli Stati Uniti vogliono che Roma si tenga alla larga dalla BRI e dalla Cina più in generale? Gli americani vedono nella tecnologia cinese nel campo di internet un rivale pericoloso, capace di penetrare anche i segreti stessi americani. Quindi, se, come già sta avvenendo, Huawei apre dei centri di raccolta dati e internet in Italia, questo crea un malumore negli Stati Uniti. Fermo restando che dietro all’attuale guerra commerciale Cina-Stati Uniti vi è proprio la paura di Washington a perdere il primato tecnologico nei confronti della Lunga Marcia hi-tech del Dragone.

 

3. Nessun “caso Pireo”: La BRI occasione per Trieste e Genova

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Sono oramai anni che il Dragone bussa alle porte dell’Italia. Storicamente la penisola si configura dal punto di vista geografico come un paese privilegiato, nel centro del Mediterraneo, ideale dunque per il collegamento tra le rotte marittime provenienti dall’Oceano Indiano via canale di Suez e poi dirette verso l’Europa centrale e la Germania. Tuttavia la firma del Memorandum sarà ancora in tempo per rilanciare i nostri hub marittimi.

Ma davanti all’iniziale incertezza italiana, altri porti hanno sostituito l’iniziale hub strategico dei porti italiani nel mediterraneo. Tuttavia la firma del Memorandum rilancerà sicuramente gli snodi di Trieste e Genova. C’è quindi un rischio Pireo dove la Cina ha comprato l’intero porto? Certamente no, dal momento che non possiamo paragonare l’economia greca a quella italiana. Se mai in un futuro ci sarà un reale interessamento di investire nei porti italiani, si tratterà di concessioni, non di cessioni tout court.

Ed una nazione votata all’export come l’Italia deve cercare un dialogo con un grande protagonista internazionale come la Cina. Il 16% delle 60 milioni di tonnellate di container annue che passano per Genova, rappresentano traffici con la Cina. Da Trieste fin sotto alla Lanterna, nessuno vede gli investimenti del Dragone come una minaccia, men che meno un’invasione. Al contrario saranno opportunità di sviluppo e rilancio dei nostri porti.

 

4. I “Panda Bond” a sostegno delle imprese italiane

 

Tra le importanti novità ci sarà la possibilità di emettere i cosiddetti “Panda Bond”. Una strategia già percorsa dal Regno Unito qualche hanno fa che ha portato ad una rapida penetrazione delle aziende di sua Maestà oltre Muraglia. Cosa sono esattamente? Come battuto dall’Ansa, il varo dei Panda Bond rappresenterà un sostegno più che concreto alle imprese italiane che si avventurano sulla via della Seta per sbarcare in Cina. I Panda Bond, emessi grazie alla partnership tra Bank of China e Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), raccontano la filosofia che guida l’approccio italiano agli accordi.

Si tratta di un piano di emissione di obbligazioni in valuta locale, il renminbi, che attende l’autorizzazione delle autorità cinesi e punta a raccogliere risorse dagli investitori istituzionali cinesi per poi sostenere lo sviluppo delle aziende italiane presenti in Cina, o che in Cina vogliono sbarcare. In uno slogan si potrebbe dire: attrarre capitali stranieri e contemporaneamente sostenere l’italianità nel mondo e in Cina. L’ufficializzazione dell’operazione è arrivata dal vicepresidente di Bank of China, Lin Jinghzen, nel corso del Business Forum Italia-Cina: “Possiamo confermare che Cdp potrà raccogliere capitale utilizzando i Panda bond”. Il tutto è stato ovviamente preparato da mesi. Dell’idea di ricorrere ai Panda bond, se ne parlò giù durante la missione in Cina di Giovanni Tria la scorsa estate.

 

 

 

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