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Via della Seta: “Xi” o no?

14/03/2019

L’Italia è balzata al centro della politica internazionale per la sua apertura alla nuova Via della Seta cinese. Critici Usa e Ue, ma Roma tira dritto. Conte: “Scelta compatibile con Alleanza Atlantica”

 

Il governo difende l’accordo in fieri con Pechino. A sostegno dell’esecutivo anche il Quirinale che ha affermato come il Memorandum sarà  “meno pregnante rispetto a quelli siglati da altri paesi europei”. Nessuna preoccupazione quindi sulla Via della Seta.

Continua tuttavia il pressing di Washington su Roma, tanto che lo stesso Premier Conte, in una lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha ribadito in più punti che “l’intesa tra Italia e Cina sarà un accordo limpido e che l’obiettivo è crescere”. Secondo Palazzo Chigi la firma del MoU sarà “una scelta compatibile con l’Alleanza atlantica e che non sarà certo un cavallo di Troia”.

 

RPC compie 70 anni - città proibita - pechino - cifnews

©123rf. Da 40 anni la Cina ha aperto le sue porte rendendo possibile il nuovo “Grande Balzo” economico del Paese.

 

In un mondo sempre più polarizzato, l’Italia rientra improvvisamente nel mezzo dello scacchiere internazionale come pedina centrale. E gli Stati Uniti continuano a mandare messaggi agli alleati di fare attenzione al Dragone che bussa alle porte di casa.

Tuttavia Roma ha impegnato tutta se stessa in questa settimana a ribadire urbi et orbi che il Governo dialogherà con la Cina, attraverso un Memorandum of Understanding, in una cornice di obiettivi, principi e modalità di collaborazione nell’ambito dell’iniziativa Belt and Road. Non quindi un accordo internazionale che creerebbe vincoli giuridici.

 

Le rassicurazioni dell’Italia non bastano però agli Usa, che tornano ad ammonire, soprattutto in un nodo: le telecomunicazioni.

 

Tanto si è parlato nella stampa nazionale, anche erroneamente, della BRI, ma nel concreto di cosa si tratta? E’ de facto il piano economico ideato dal Presidente cinese Xi Jinping diviso in cinque corridoi commerciali ed uno marittimo, capaci di connettere la Repubblica Popolare con il Vecchio Continente, ma che leggeranno l’Europa anche ai nuovi mercati emergenti del Sud-Est asiatico, del Medio Oriente e dell’Africa.

Le rassicurazioni dell’Italia non bastano però agli Usa, che tornano ad ammonire, soprattutto in un nodo: le telecomunicazioni. Un portavoce Usa, come riporta l’Ansa, ha invitato il governo a valutare “rigorosamente” i rischi di fornitori soggetti a governi stranieri prima di prendere qualsiasi decisione su infrastrutture critiche come la rete 5G. “I progetti che non rispettano gli standard di sicurezza sollevano preoccupazioni per noi”, ha continuato.

 

©123rf. Dietro all’attuale guerra commerciale Cina-Usa c’è la paura di Washington di perdere il primato tecnologico mondiale.

 

Ed il pressing americano non si ferma all’Italia. La Casa Bianca ha apertamente minacciato la Germania di interrompere il dialogo bilaterale a livello di intelligence qualora Berlino accettasse Huawei nella costruzione della sua rete 5G. Tuttavia la risposta non si è fatta attendere. Non solo l’ex Cancelliere Schroeder ha bollato il tutto come una “vera e propria estorsione”, ma l’esecutivo di Berlino ha espresso chiaramente la posizione del governo: non ci sono ragioni di estromettere Huawei nella costruzione della rete 5G. Insomma, crescono i malumori alle “sparate” americane anche all’interno del Patto Atlantico.

 

Perché, concretamente, gli Stati Uniti vogliono che Roma si tenga alla larga dalla BRI e dalla Cina più in generale? Paradossalmente stiamo assistendo ad un déjà vu.

 

La Cina non è più la “fabbrica del mondo”. E’ sicuramente una realtà industriale matura con il quale dialogare, leader nella ricerca e nell’hi-tech. La Cina non solo esporta e costruisce via commerciali, ma porta con sé anche cavi internet e data center, fondamentali per far provenire l’industria 4.0. Allo stato attuale Washington è indietro nella ricerca della tecnologia 5G così come in alcuni settori.  Questo crea però una tensione forte tra Italia e Usa, perché la Casa Bianca teme che la Cina usi l’Italia come base di spionaggio.

 

©Unsplash. Cresce l’attesa per l’arrivo di Xi Jinping a Roma. Il presidente cinese, probabilmente, sarà in visita a Roma il 22 e 23 marzo prossimi.

 

Perché, concretamente, gli Stati Uniti vogliono che Roma si tenga alla larga dalla BRI e dalla Cina più in generale? Paradossalmente stiamo assistendo ad un déjà vu, allorquando la penisola italiana era contesa tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Non dimentichiamo che proprio in Italia la NATO ha, ad Aviano, una delle basi più grandi nel Vecchio Continente, fermo restando che ad oggi, gli Stati Uniti vedono nella Cina la minaccia numero uno al loro primato mondiale.

Vedono nella tecnologia cinese nel campo di internet un rivale pericoloso, capace di penetrare anche i segreti stessi americani. Quindi, se, come già sta avvenendo, Huawei apre dei centri di raccolta dati e internet in Italia, questo crea un malumore negli Stati Uniti. Fermo restando che dietro all’attuale guerra commerciale Cina-Stati Uniti vi è proprio la paura di Washington a perdere il primato tecnologico nei confronti della Lunga Marcia hi-tech del Dragone.

 

Davanti alle critiche di Usa e Ue, Roma sembra tirare dritto e porta avanti i preparativi per l’arrivo di Xi Jinping per la prossima settimana.

 

Quali minacce specifiche pone la Via della Seta al nostro Paese? Nessuna in particolare. Anzi, l’adesione italiana alla BRI – o quantomeno anche la prima di un MoU su questioni inerenti la BRI – sarebbe per la Cina un’abile mossa di marketing geopolitico. Un paese fondatore dell’Unione Europea ed una dei paesi più industrializzati al mondo dice apertamente sì alla BRI di Pechino.

La Cina sa perfettamente che l’Italia è una realtà economica troppo grande, se confrontata con le altre realtà che hanno aderito alla BRI. Inoltre Roma non lascerà che realtà straniere intervengano all’interno della sua industria nazionale d’eccellenza.

 

©123rf. Huawei è una minaccia? Al centro delle cronache recenti, Washington lancia il monito agli alleati di diffidare dell’azienda di Shenzhen, con scarsi risultati.

 

Per la verità, nonostante la stessa Unione Europea nutri dubbi sulla bontà della Belt and Road Initiative, alcuni paesi europei non secondari, come Francia, Spagna, Germania o l’Inghilterra, sono già in stretti rapporti commerciali con Pechino, anche e soprattutto in campo tecnologico con la Cina.

Tokyo è pronta a supportare con investimenti il piano infrastrutturale cinese nel centro Asia. Forte del recente abbattimento dei dazi doganali con l’Unione Europea, il Giappone spera di utilizzare proprio le nuove vie commerciali ferroviarie per portare i suoi prodotti nel cuore dell’Europa. Il Belgio, nella Vallonia, sta costruendo un hub logistico aereo e ferroviario direttamente collegato con il cuore produttivo cinese. Perché l’Italia non potrebbe muoversi su questa direzione? Davanti al fuoco incrociato di Usa e Ue, Roma sembra tirare dritto e porta avanti i preparativi per l’arrivo di Xi Jinping per la prossima settimana.

 

Sono oramai anni che il Dragone bussa alle porte dell’Italia, un Paese al centro del Mediterraneo, ideale dunque per il collegamento tra le rotte marittime provenienti dall’Asia e poi dirette verso l’Europa centrale e la Germania.

 

Sicuramente la BRI non solo è un progetto di promozione infrastrutturale marittima e terrestre, ma ha altresì un chiaro sottotono geopolitico, ma quando parliamo di Via della Seta, l’Italia gode ancora di un certo “romanticismo”. Da Venezia partì Marco Polo e nella propaganda di Pechino il nome del commerciante veneziano è onnipresente ed alto è il potenziale del Bel Paese.

Sono oramai anni che il Dragone bussa alle porte dell’Italia. Storicamente la penisola si configura dal punto di vista geografico come un paese privilegiato, nel centro del Mediterraneo, ideale dunque per il collegamento tra le rotte marittime provenienti dall’Oceano Indiano via canale di Suez e poi dirette verso l’Europa centrale e la Germania.

 

©123rf. Ad oggi, nessun porto del Mediterraneo è tra i 10 hub marittimi più trafficati al mondo. L’adesione alla BRI riporterebbe l’Italia al centro del commercio internazionale.

 

Ma davanti all’iniziale incertezza italiana, i porti spagnoli di Bilbao e Valencia a ovest, del Pireo a est hanno sostituito l’iniziale hub strategico dei porti italiani nel mediterraneo. Non solo, sempre in Grecia, Pechino sta costruendo la “land-sea express route”, una ferrovia che collegherà il Pireo con l’intera penisola Balcanica. Tuttavia la firma del Memorandum – se mai avverrà – sarà ancora in tempo per rilanciare i nostri hub marittimi.

Non solo Trieste, ma anche Genova, così come altri porti secondari potrebbero diventare dei perni del collegamento marittimo e ferroviario dalla Cina all’Europa, ma è la via della seta digitale e delle telecomunicazioni, con il dossier Huawei e 5G, ad allarmare gli alleati.

La palla per ora passa a Palazzo Chigi che, forte del recente sostegno del Quirinale, va a vele spiegate verso la firma del MoU. Questo sarà sicuramente una buona opportunità di crescita per il Made in Italy in Cina, nonché di un maggiore dialogo bilaterale. Tutti sembrano guadagnarci dalla BRI, perché l’Italia non dovrebbe?

 

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